Premetto che non si tratta del solito racconto di una Granfondo o di un evento a cui ho partecipato, ma di una riflessione scaturita nel corso dell’Etape du Tour di quest’anno a seguito di uno di quegli episodi che ti resta dentro e a cui pensi quando prendi il caffè la mattina, perché in qualche modo ti ha toccato.

Eravamo partiti da una mezz’ora ed ero in un gruppetto di una ventina di ciclisti che a 35Km/h stavano affrontando gli ultimi chilometri intorno al lago di Annecy. Sapevo che poco dopo avremmo affrontato un muro di un centinaio di metri, perché il giorno prima lo avevamo affrontato con il Rapha Cycling Club nel bellissimo giro da loro organizzato.

Davanti a me una coppia si stava godendo il paesaggio che in effetti era di quelli per cui vale la pena dimenticarsi di spingere sui pedali per gettare lo sguardo in giro e godersi l’azzurro del lago e il verde delle montagne a contrasto, con un cielo blu come solo in montagna alle 7 di mattina puoi trovare. E così stavo facendo anch’io.

Stavamo andando su due file e lei decide di allungare il braccio verso di lui, e io subito penso: che bello lo starà ringraziando per averla portata su queste strade e per quello che ancora dovranno affrontare. Un ringraziamento che poi si sarebbe potuto trasformare in insulti quando la salita avrebbe toccato i 15% di pendenza sul Monteé du plateau des Glières oppure ai quasi quaranta gradi degli ultimi 3 chilometri dell’ultima salita sul Col de la Colombiere.

Su quei tratti di sofferenza se qualcuno mi avesse appoggiato la mano sulla schiena facendomi sudare un po’ di più, appesantendo il mio corpo mentre cercavo di chiudere la pedalata che avevo appena iniziato, lo avrei tranquillamente mandato a quel paese.

Ma in quel momento non ho potuto pensare che alla bellezza del gesto, al percorso di allenamento da lei affrontato per arrivare fino a lì, alla sofferenza per arrivare pronta a quel giro di 170Km e quasi 4.000m di dislivello assolutamente non banali e che per tanti rappresenta un traguardo da raggiungere, l’obiettivo della stagione, il risultato di mesi passati a girare per le strade bagnate nella campagna inglese o su un rullo di fronte al monitor del computer.

Dietro un’ultima curva scorgo la rampa che immagino di affrontare in piedi su pedali con l’abbrivio con cui arriveremo. Mi preparo iniziando a far salire qualche dente, davanti noto che i primi iniziano a rallentare anche perché uno spartitraffico restringe lo spazio utile.

Lei che ora si trova a una bicicletta davanti a me, decide di affiancare la ruota anteriore a quella di chi la precede. E subito penso che non dovrebbe e che… nemmeno il tempo di chiudere il pensiero ed ecco che la sua ruota si gira di 90 gradi spinta dalla ruota posteriore di chi la precede. Vedo tutto chiaramente e lo rivedo spesso da allora. Succede tutto in un attimo. La leva che così si crea la catapulta in alto facendola atterrare su un fianco e con il volto quasi a strisciare sull’asfalto.

Dio mio, no. Penso. E intanto freno e mi fermo a 10cm dal suo casco nero appoggiato a terra. Aspetto il colpo fatale che da un momento dovrebbe arrivare da dietro e che mi spingerebbe verso la sua testa, ma non succede. Mi stacco dai pedali e raggiungo il bordo della strada, pronto a correre in aiuto.

Ma il suo compagno non permette a nessuno di pensare che lei possa avere bisogno di aiuto, frena, accosta e va a raccoglierla dalla strada. Si fermano anche altri componenti del gruppo a prestare soccorso. Mi impedisco di guardarla in volto spaventato al pensiero di  che cosa avrei potuto vedere e decido di riprendere a pedalare, certo che non sarei stato assolutamente d’aiuto, vedendo tra l’altro un poliziotto in moto proprio all’attacco della salita, in grado di chiamare i soccorsi del caso.

Ho cercato il modo di avere informazioni per capire come sia andata a finire, ma ovviamente non sono riuscito a trovare nulla. Immagino che il sogno di portare a termine l’evento si sia fermato di fronte a una bicicletta rovinata dalla caduta, dai colpi sul corpo e dalle escoriazioni sul volto che sono riuscito a evitare solo per qualche centimetro. Ma allo stesso tempo voglio credere che il casco abbia assolto il suo compito di assorbire l’impatto, creando un cuscinetto tra il viso e l’asfalto, che la bicicletta non abbia subito conseguenze nell’impatto e che una volta rialzata si sia resa conto di non avere nulla se non qualche buco nei pantaloncini.

Voglio credere che lui l’abbia rimessa sui pedali aiutandola e che poggiandole la mano sulla schiena siano ripartiti insieme verso i restanti 130Km dell’Etape e che sullo sterrato del Plateau des Glières lei abbia di nuovo appoggiato una mano sulla schiena di lui per ringraziarlo.

Foto: Sportograf

Posted by Max

Ciclista da quando è nato. Ha provato la sua prima bici da corsa nel 2015 perché si erano esauriti gli sport da lui praticabili e ne è rimasto folgorato: "posso tornare a fare sport senza soffrire di tendinopatia!", per poi tornare a soffrire sulle salite attorno al lago di Como. Lavora in aziende digitali da vent'anni e pratica anche la vela (senza soffrire). Ha una Wilier GTR 2015 e una Specialized Rockhopper Pro. Scrivigli a max@bklk.it

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.