Quando non sai più cosa stai facendo, quando non sai più che stai pedalando, non puoi neanche più fare fatica. Questa sensazione prende vita col passare dei chilometri e si affranca definitivamente sul finire del quarto giorno. Deve viverla anche Enrico perché incomincia a fare strane domande. Non riusciamo ad arrivare un giorno prima? Tra i miei compiti, all’interno del nostro connubio ciclistico, c’è quello di mantenere stabile il livello dell’umore che quindi alzo o abbasso a seconda delle esigenze, per cui predico calma, ma non posso negare a me stesso che ci si può provare.

Quando siamo a Cremona, alla fine del quarto giorno, alle 22.00, al chilometro n. 1.000, siamo diventati quattro.

Yamaguchi, un metro e sessanta per 60 chilogrammi scarsi, sui 55 anni, comunica a gesti. Ne conosce uno, anzi due. Se è entusiasta alza due pollici. Se non ha capito ne alza solo uno ma la sua compostezza e la sua investitura nei nostri confronti contagia positivamente le nostre ambizioni. L’altro è Luigi, un metro e sessantacinque per 66 chilogrammi, sui 55 anni, comunica a parole ma anche lui ha battezzato le nostre ruote.

A entrambi diamo appuntamento nell’atrio dell’albergo per le 6 del giorno successivo. Mancano 500 chilometri e vogliamo chiuderla in due giorni, un giorno prima del tempo massimo. Gli spieghiamo che domani il programma prevede 310 chilometri. Siamo già pronti a chiedere la fiducia quando partono i due pollici all’insù. In queste condizioni è impossibile fallire.

La giornata è calda e il tracciato è per lunghi tratti sull’argine del Po. Il fiume procede lento nella nostra stessa direzione e rende immutabile l’ambiente circostante. Sembra di non progredire. Ma lo spirito è alto. Enrico, Yama e io ci diamo cambi regolari. Passo il tempo a pensare a quanti chilometri mancano, sperando di aver sbagliato in eccesso il calcolo che avevo fatto cinque minuti prima, che però è sempre giusto.

A ogni ristoro Enrico mangia tre piatti di pasta (io uno) e beve due caffè (io un caffè e un tè). Facciamo stretching con un insegnante di yoga indiano e finiamo per promuovere una barretta energetica thailandese. 310 chilometri però non finiscono mai. Gli ultimi 70, che prevedono un dislivello di 1.500 metri con la scintillante salita a Pieve di Tremosine, li pedalo pure con un raggio rotto e la ruota storta che tocca il freno. Arriviamo ad Arco, sul Lago di Garda all’1.30. Nessuno dei quattro ha mai dubitato che ce l’avremmo fatta.

Il programma dell’ultimo giorno è terrificante; meriterebbe una di quelle ricognizioni televisive che si concludono con l’ammonimento: “(…) 210 chilometri, da Arco al Passo dello Stelvio, tre GPM, il primo ad Andalo di seconda categoria, il secondo al Passo Palade di prima categoria per finire con lo Stelvio, il valico più alto d’Italia, dove è posto il traguardo. 5.500 metri di dislivello. Una cosa è certa. Alla fine di questa frazione non sapremo chi avrà vinto il Giro d’Italia, però sapremo chi non potrà più vincerlo”.

Che non possiamo più vincere noi lo sappiamo già, i primi due sono arrivati in 65 ore, due giorni fa, ma sappiamo che possiamo perdere tutto.

Riva del Garda è un ammasso di ragazze pronte ad attaccarsi alla falesia che non ci degnano di uno sguardo. Questa storia dei vestiti scombinati andrebbe rivista. Così, senza tentazioni, partiamo. Di tutto il giro, il mio grande punto interrogativo è sempre stato il Passo Palade. Ho ricevuto rassicurazioni da più parti. Vai su col 53. Ma avevo ragione io: non si chiama così a caso. Trattasi di una lunga, lenta strada incastonata tra montagne di mele. E io alle mele sono pure allergico. Sta di fatto che da Silandro, dall’ultimo ristoro, partiamo alla volta del Passo dello Stelvio alle 21.00. E piove. Yamaguchi e Luigi hanno smesso di pensare due giorni fa, attendono istruzioni. L’ordine è di aspettare che si plachi la burrasca sulla montagna. Per finire in un giorno prima dobbiamo arrivare al Passo entro le 3.37. Abbiamo ancora un po’ di margine. Alle 22.30 dal cielo cala l’ordine. Lo Stelvio, da Prato a Bormio, è stato realizzato da tremila uomini in tre anni. Noi ci impieghiamo quasi lo stesso tempo per completare la sua ascensione in bicicletta.

Il timbro, l’ultimo timbro viene apposto alle 2.27 del 28.7.2018. Abbiamo impiegato 138 ore e 50’ per coprire la distanza di 1.500 chilometri. Negli ultimi 5 giorni, abbiamo pedalato il 55% del tempo che abbiamo vissuto. Non è poi così tanto. Ci verrà consegnata la maglia della nazionale italiana e potremmo iscriverci alla Parigi – Brest – Parigi, l’Olimpiade dei randonneur che si tiene l’anno prossimo.

Se sono contento non è per il risultato sportivo. E’ perché volevo fare una cosa e l’ho fatta. Quindi, prima che il tempo me lo facesse dimenticare, ho preso un foglio e ho scritto: “Sono contento. Chi me lo può impedire”.

Sono contento ma sono anche tramortito. Ci ho messo un po’ a capire perché. L’Alpi 4000 funziona un po’ come una macchina del tempo, che però è rotta; perché ti può portare solo nel passato, dove – di fatto – sono rimasto per una settimana, dove i bisogni che abbiamo dovuto soddisfare erano solo due: la fame e il sonno, per poter sopravvivere.

La fine dell’Alpi 4000 mi ha restituito alla società basata sullo scambio, al futuro che poi è il presente. Sono un po’ più strano di prima, e un po’ più sano di prima. E continuo a non essere molto bravo nei rapporti umani, benché faccia del mio meglio.

 

“Tutte le cose profonde sono precedute e seguite dal silenzio” – Melville

 

Il percorso:

Bormio – Passo del Foscagno – Passo d’Eira – Forcola di Livigno – Passo del Bernina – Sankt Moritz – Passo del Maloja – Menaggio – Lugano – Luino – Laveno – Biella – Venaria Reale – Susa – Passo del Moncenisio – Col de l’Iseran – Piccolo San Bernardo – Aosta – Biella – Pavia – Cremona – Mantova – Desenzano – Riva del Garda – Andalo – Valle di Non – Passo Palade – Merano – Prato allo Stelvio – Passo dello Stelvio.

Tot. 1.550 km, 21.000 D+, percorsi in 73 ore nette di pedalata a 21 km/h, durata  complessiva 5 giorni e 20 ore.

 

Posted by Mel the Abuser

Nessuno sa chi sia, nè perchè si firmi Mel The Abuser (ma forse prima o poi ce lo scriverà) Di lui si sa solo che ogni tanto esce in bici e torna a casa dopo 400 km.

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