Simona mi ha detto che ho la faccia da serial killer. Probabilmente è perché ci sono 1.500 chilometri di testosterone intrappolati in un pistolino. Non può essere per la stanchezza, perché a pensarci adesso non mi sembra di aver fatto poi tanta fatica. La Alpi 4000 mi ha restituito alla realtà, alle regole della vita normale, alla società basata sullo scambio. E io non sono molto bravo nei rapporti umani, benché faccia del mio meglio.

C’è un’aria da giornata normale la mattina della partenza, dopo che è passata anche l’ultima notte. Ieri ci hanno consegnato le chiavi del successo: “bisogna pedalare, non dormire e aspettare il quinto giorno quando diventi un drago”. Non ci manca proprio niente. Ci vestiamo a casaccio perché il randonneur temibile non abbina i colori, li mischia, e ci presentiamo al via. Apparteniamo ufficialmente alla ristretta cerchia di coloro che immaginano di poter coprire la distanza di 1.500 chilometri con 21.000 metri di dislivello nel tempo massimo di 6 giorni e 14 ore.

Alle ore 7.37 del 22 luglio 2018 il giro che abbiamo masticato nella nostra testa per cinque mesi inizia veramente.

Al semaforo giriamo a sinistra verso il Passo del Foscagno e non ci fermiamo fino a Omegna, sul Lago Maggiore, 270 chilometri dopo. E’ incredibile come passi in fretta il tempo quando si va in bicicletta.

Nella camera dell’albergo sembriamo due chimici e ci limitiamo a considerare che per arrivare entro il tempo massimo bisogna fare 215 chilometri al giorno, ogni giorno; quindi siamo in linea. Però andiamo a letto con un’idea: domani giochiamo il jolly. Alle 6.40 siamo già in strada. Ci sono più di 200 chilometri di finta pianura fino a Susa, dove iniziano le montagne. Ci arriviamo verso l’ora di cena.

Con noi c’è un francese. Bianco, quarant’anni da compiere, un metro e ottanta per 80 chili. All’angolo rosso non vorrei trovarmelo. Ci saluta e va alla ricerca di un bar che gli scaldi dell’acqua per il suo pasto liofilizzato. Con noi c’è un quarto uomo. Un metro e ottantacinque per 70 chili. In 150 chilometri non ha detto una parola e non ha tirato un metro. Per socializzare e conoscere la sua nazionalità gli chiediamo quanti anni ha. Prende un legnetto e nella terra scrive: 19. Può continuare a stare a ruota.

C’è ancora un po’ di luce quando iniziamo il Colle del Moncenisio. Ci serve giusto per capire che ci dirottano sulla strada vecchia, che è più ripida di quella nuova. Come sempre. Poi è solo salita, buio e silenzio per tre ore. Una meraviglia. Qualcuno sale a piedi. Tutti vogliono arrivare a Lanslebourg. E’ il punto di controllo (con dormitorio) che non si può mancare di raggiungere entro la fine del secondo giorno se vuoi ambire al successo. Noi ci arriviamo alle 23.35.

Ma il dormitorio non fa per noi. Abbiamo la chiave di un albergo che ci attende venti chilometri più avanti. Si tratta dei primi venti chilometri del Col de l’Iseran. A Bonneval sur Arc, dove sta la chiave, arriviamo all’1.30, dopo 280 chilometri e quasi quindici ore di pedalata effettiva. Per addormentarmi all’istante non mi serve che qualcuno mi racconti dei bizantini.

Il terzo giorno è sempre cruciale. C’è presagio di devasto. Lo dicono i fogli plastificati che abbiamo infilato nelle tasche. Ogni foglio è grande come una carta d’identità e contiene le indicazioni stradali per raggiungere il successivo punto di controllo. Sei di quei fogli non ci servono più, quello che ci attende prevede la frazione altimetricamente più dura con l’Iseran e il Colle del Piccolo San Bernardo.

I primi 12 chilometri, quelli che ci portano al primo Colle, sono al 9% medio e non forniscono alcuna indicazione sulle nostre reali condizioni. E’ lo strappo de La Rosiere a dirci che le gambe sono finite. Dalle facce che ci sono in giro per qualcuno è tutto finito. A La Thuile arriviamo che è già tardi ma siamo ancora lontani dal riposo. Non ci sveglia la vista del Bianco, non ci sveglia la pianura, e nemmeno la pioggia. Ma tutto finisce, anche la sofferenza. Ci sarebbe da fare ancora la salita che porta al Santuario di Oropa, prima della pianura. Ma abbiamo percorso la metà dei chilometri totali ed è tempo di fermarsi a regolarizzare le funzioni vitali. Anche questa sera si rinnova il miracolo del sonno.

 

“La sofferenza è la vera origine della coscienza” – Dostoevskij

… continua …

Il percorso:

Bormio – Passo del Foscagno – Passo d’Eira – Forcola di Livigno – Passo del Bernina – Sankt Moritz – Passo del Maloja – Menaggio – Lugano – Luino – Laveno – Biella – Venaria Reale – Susa – Passo del Moncenisio – Col de l’Iseran – Piccolo San Bernardo – Aosta – Biella – Pavia – Cremona – Mantova – Desenzano – Riva del Garda – Andalo – Valle di Non – Passo Palade – Merano – Prato allo Stelvio – Passo dello Stelvio.

Tot. 1.550 km, 21.000 D+, percorsi in 73 ore nette di pedalata a 21 km/h, durata  complessiva 5 giorni e 20 ore.

 

Posted by Mel the Abuser

Nessuno sa chi sia, nè perchè si firmi Mel The Abuser (ma forse prima o poi ce lo scriverà) Di lui si sa solo che ogni tanto esce in bici e torna a casa dopo 400 km.

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