“Il figlio della Tizzi è andato a Bormio in bici!”.

Me lo ricordo ancora adesso, avevo 6 anni e Como Bormio era quella distanza indefinita che passa tra l’addormentarsi all’Esselunga di Lipomo e risvegliarsi sulla bimbi al sole con lo stagionale al collo.

Da Como a Bormio sono le 5 ore che se becchi l’ora sbagliata al rientro dal ponte di Sant’Ambroes ti tocca farti in coda; quei 180 km che in giornata a sciare non ci vai, che quando scendi dalla macchina devi stirarti. Puoi raccontare agli amici dell’Eroica, dell’etape du tour, della novecolli, ma l’unità di misura della Como Bormio rimane qualcosa che fa strabuzzare gli occhi.

Da qui, quando a giugno decidiamo di mettere in agenda il nostro weekend lungo come esordio nel mondo del cicloturismo, partiamo. Centottanta chilometri ed un dislivello non definito che si fermerà a 1.800 metri, il sentiero Valtellina da godere e la cena della sera da Rini come obiettivo vero di giornata.

Per non dimenticare quali saranno le priorità del viaggio, ci troviamo 10 giorni prima in un all you can eat sushi a definire il percorso. Diluvia, le temperature crollano, e nei due giorni che seguono non possiamo non condividere le foto di tutti i passi che dovremmo doppiare imbiancate: epic.

Dopo lunghi confronti sull’attrezzatura, partiamo con sacche sottosella da 13 litri, riempite in modo vario, come al solito troppo.

La partenza da Como alle 8 del mattino rende l’arrivo a Cernobbio la prima asperità da affrontare, tra furgoni nervosi e Smart impazienti. Ad Argegno recuperiamo Jan che per scaldarsi è passato dalla Val Mara e siamo pronti.

Ora di Menaggio la borsa sottosella che in partenza sembrava un macigno insopportabile non la sentiamo più, ma alzarsi in piedi sui pedali rimane un’impresa impossibile, con la bici che sbattuta nell’ondeggiare sembra pesare in modo irreversibile. Sappiamo quello che ci aspetta e, timorosi, non ci facciamo ingolosire. 28, 29 all’ora. Ogni tanto 30. Non di più.

A Colico prendiamo il sentiero Valtellina e da li a sera pedelaremo solo su ciclabile, un emozione alla quale purtroppo non siamo abituati:”Figachebeeeeeeello”.

Il sentiero Valtellina fa immaginare ad una stradina sterrata tenuta in qualche modo per pochi ciclisti: 110 km interamente asfaltati, almeno una ventina di ponti che qualcuno potrebbe averlo anche costruito Calatrava, oltre 40 aree di sosta, agriturismi, bar che se fossimo in spiaggia sarebbero dei cirinquiti da Travel blogger, con la menta che lascia spazio alla Taneda.

A Morbegno, chilometro 80, pranziamo all’orario dei bambini: alle 12 siamo già in piena digestione e riprendiamo la via. Nelle radici che spaccano l’asfalto troviamo il difetto del sentiero Valtellina, che se è vero che è perfetto per le gite delle famiglie, trova in questi difetti l’unico minus, pur di poco conto, per pensare di fare ritmo con la bici da corsa, che forse è il suo bello.

Un’oretta ed i 50 anni di Max suggeriscono un pediluvio nell’Adda, accolto tra gli insulti “ohhh, come Sora Lella”, si rivela una sosta tonificante, dentro fino a metà coscia e si riparte come nuovi. Il tempo di trovare una pattuglia di carabinieri frustrati che su un raccordo senza nessuno ci richiama col megafono per indisciplina, arriviamo a Tirano, sapendo che da li comincia il dislivello, senza avere esattamente la percezione di quante e come saranno le salite. Quella della frana di sicuro si potrà tagliare.

Gelato a Tirano in Di Felice style e ripartiamo, con le batterie non più al 100% ed il timore di dover soffrire.

Due percento alla volta arriviamo alla resa dei conti: la salita de Le prese è da fare. 500 metri al 14%,  con poca confidenza sulla pedalata in piedi. Quando spiana sappiamo che è finita, anche se non lo sarà.

In un clima da ultimo giorno di scuola mi rendo conto che a casa non avremo l’acqua calda, e non aggiungo che ci mancheranno gli odiosi strappetti del kikibum e dei pini di Curvalta.

Sono passate 10 ore circa e stiamo smontando le borse dalla bici. Felici. ComoBormio, tuttattaccato. Una coccarda che ciclisticamente non dice un granché, ma nell’immaginario di una vita è come il giro del mondo in mongolfiera.

Calorie bruciate: 5.000. Chiamiamo il Taxi e rimettiamo il bilancio a posto da Rini.

Crolliamo a letto e ci svegliamo con calma per la tappa più dura. Sostituisco l’intimo tecnico con l’intimo in merino che chiede una giornata spesso sopra i 2.000, sciolgo un OKI nella borraccia e puntiamo dritti per la colazione del campione ad Isolaccia. E’ un’altra giornata pazzesca e, con il timore di sentire nelle gambe il giorno prima affrontiamo il Foscagno. Pedaliamo senza forzare, ognuno al suo ritmo, stando attorno ai 145 battiti per renderci conto che basta abbassare le frequenze di poco per poter rimanere costanti senza far troppa fatica.

Il traffico è l’unico neo di un contesto perfetto, tra bergamaschi con golf alettonate e moto che vediamo venirci incontro in pieghe che il minimo imprevisto renderebbero catastrofiche.

Foscagno,  quasi 2.300, fatto.

Cominciamo a godere in discesa, nonostante il peso dietro faccia un po’ sbacchettare le bici degli umani: il Titanio Passoni di Max lo tiene su un binario e la velocità massima dei 3 giorni dirà oltre 90 all’ora.

Eira, 2.200 e virgola, fatto.

Puccio nel lago di Livigno, struscio in centro a vedere le vetrine dei negozi di bici, e a pranzo non ci facciamo mancare niente. Hamburger Royale Formaggio e bacon. Perfetto per affrontare la Forcola controvento.

Bella, bellissima dopo un fondovalle su ciclabile con divagazioni in sterrato.

2.300 e virgola, fatto.

Ci togliamo la soddisfazione perversa di pisciare davanti a gendarmi svizzeri fuori dalla loro giurisdizione e ci lanciamo verso i 3 km del Bernina, i più duri ma i più belli.

Finiamo dentro in un duello tra una Lamborghini e un Transalp, selfoni a metà salita e scolliniamo.

Bernina, 2.300 e virgola, fatto.

La discesa su Sant Moritz è da buttar via la testa, panorama che non riesco a trovare le parole, asfalto da rossocrociati, arietta alla giusta temperatura, e adrenalina a mille. Riusciamo ad incrociare il trenino rosso per chiudere il quadretto e raggiungiamo Sant Moritz, dove non ci fermiamo per motivi di bilancio.

Ci mischiamo con i kite surfer che fanno cose che sembrano dei videogiochi e finiamo le fatiche di giornata controvento su tutto il lago. Facciamo per imboccare la discesa del Maloja per renderci conto che Booking non ci da troppe opzioni per dormire e ci fidiamo dell’ottimismo di Max che ricorda la strada disseminata di Zimmer Frei.

Godiamo ancora di più, tra velocità massime da pelle d’oca e curve pennellate, soli in strada con la luce del tramonto. Arriviamo a Piuro che di Zimmer Frei manco l’ombra e troviamo subito posto in un Hotel che dividiamo con un matrimonio dove trai protagonisti c’è una Skoda con l’alettone. 135 km e 2.200 metri di dislivello.

Mangiamo troppo cibo deludente in un Crotto che si fa pagare per quello che vale e dormiamo male per i motivi di cui sopra.

 

Abbandoniamo l’idea di tornare passando dal passo Spluga e ci avviciniamo al lago con Jan che inspiegabilmente tira oltre i 35, e io che arranco in scia con il cuore che non sale sopra i 120 battiti, evidentemente in un copro con energie al lumicino.

Con poca voglia di fare fatica facciamo tutte le ciclabili possibili, che siano sterrate o asfaltate, per bici o per passeggiate, per adulti o per bambini.

Sosta a Cremia per un panino, a Menaggio per un gelato.

Passarella per l’uncooling in riva a Cernobbio e siamo arrivati.

Innamorati del cicloturismo, con la voglia di un weekend con le borse in più ed una gran fondo in meno.

Posted by Gio

Terzino sinistro per indole, ciclista per esigenze di salute, comincia a pedalare dopo aver sfondato la soglia dei 100 kg. Si appassiona alla bici e tenta di dimagrire per andare meno piano in salita. Ossessionato dalla tecnologia scopre Strava, dal quale sta tentando di disintossicarsi. Pedala sua una BMC RoadMachine con Campy Record EPS Disc e Bora.

3 Comments

  1. Prossima volta mi aggiungo anch’io …!

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  2. BELLISSIMO GIRO , ANCORA PIU’ ENTUSIASMANTE LA NARRAZIONE.
    PECCATO NON AVER CONDIVISO CON VOI LA BELLA ESPERIENZA,

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    1. Mentre lo facevamo ci abbiamo pensato: alla prossima lo apriamo a tutti!

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