“Ciao Gio, Aso ci ha inviato come rivista a l’etape du tour, vi interessa andare?”. Prima di giugno dell’anno scorso non sapevo ne cosa fosse l’etape ne tantomeno l’ASO, del cui circuito fanno parte, giusto per citare gli eventi più famosi, la Parigi-Roubaix, che ci vedrà protagonisti tra meno di un mese, la Liegi-Bastogne-Liegi, ed appunto la Paris-Nice, Parigi-Nizza per gli italiani ed i relativi motori di ricerca.
Vista la straordinaria esperienza all’evento di cui sopra nel 2016, decidiamo di coprire quasi tutto il calendario 2017 con eventi ASO e cominciamo con la meno impegnativa: 105 km con meno di 2.000 metri di dislivello, in linea con la preparazione di stagione e con la vicina granfondo Laigueglia, dalla quale ci separano 90 km di autostrada, nel caso per il 2018 questo articolo dovesse farvi venire il dubbio su quale delle due scegliere.
La ridotta difficoltà dell’evento segnano una settimana di avvicinamento senza ansie, con la serenità minata giusto il giorno prima, quando sul sito compare un inquietante messaggio:”Scherzavamo, sono diventati 125 km 2.200 di dislivello”. 1 ora in più in sella, niente di tragico ma ne avrei fatto a meno. E del GPX che avevo caricato sul mio 820 non me ne faccio più un cazzo.
4 ore scarse, al netto di due fili alle vongole finché siamo ancora in Liguria, e siamo in Francia, vagamente la stessa distanza che da Como (Milano), bisogna investire per Novecolli, Maratona, Strade Bianche, giusto per fare esempi facili.
Il foglio delle istruzioni dice che l’indomani partiremo scaglionati, alle nove i primi, poi di fila gli altri a scaglioni di 150 ogni 10 minuti. Il pacco gara è ritirabile fino a 10 minuti prima del proprio turno. Bene, niente levatacce, che possano impattare sullo stress e del weekend. Colazione alle 8 e via verso il villaggio, bello e ordinato. Numero sulla bici e siamo pronti per iniziare.
La partenza alla francese in realtà non è dettata da controlli nazi e la gestione è in linea con lo spirito dell’evento. Nessuno verifica che il numero sia collegato all’orario preciso, semplicemente ogni 2 minuti ne vengono fatti partire circa una ventina e si pedala, con traffico assolutamente aperto, incroci presidiati a fermare le bici e non le macchine. Pochi metri e pedaliamo sulla promenade des anglais, sulla quale non è possibile fare finta di niente.

La temperatura al sole è già sopra i 20, e il corto integrale, senza manicotti/gambali/mantellina non è assolutamente una forzatura.
L’effetto della partenza scaglionata (ottima idea!) e del traffico integralmente aperto (idea meno buona), è quello di partire con calma e permettere di scaldarsi, con un ritmo che pian piano si alza, fino ad assestarsi poco sotto i 40 su tratti in leggera pendenza positiva.
Al di là del relativo interesse per un eventuale crono finale, i chilometri che stiamo pedalando non sono in alcun modo presidiati, e le lancette del longines avranno il loro da fare solo su due salite.
Quale contesto migliore nel quale inserire un ulteriore elemento di non agonismo, come una bici con le gomme da 30, ed il gruppo con il monocorona anteriore. Tutto montato su una bici che ha nelle geometrie una vocazione a metà tra Endurance e Gravel e che si presenta sul proprio sito corporate con un video in discesa sullo sterrato? A differenza dello stesso identico modello che ho visto usato, arrivando in griglia, da una ragazza che faceva shopping con le scarpe da ginnastica, la mia versione mi risparmia i parafanghi da Randonneer nostalgico.

Dopo 25 km svoltiamo sulla destra e comincia la prima salita, che di fatto apre le danze: è iniziata la nostra Parigi Nizza.
Il Col de Var è la classica salita pedalabile per definizione: 6 km al 6%. Perfetta per godersela, perfetta per autodistruggersi qualora ci si faccia ingolosire.
Ma la consapevolezza che non arriva mai troppo tardi, che stare in salita attorno ai 152/155 battiti porta a godersi le granfondo, chiudendole fresco e con prestazioni in crescendo, mi porta a godermela, lasciandomi sfilare con sguardo maturo dai “fenomeni” dei primi km, che ritroverò stremati non in grado di ripartire al ristoro (adesso sto esagerando, la maggior parte di loro mi daranno dalla mezz’ora in su…).
La cima si apre ad un altopiano vastissimo che ricorda il Pian del Tivano, famoso non solo ai Lakers per essere lo scenario che si apre dopo la scalata del Muro di Sormano.
La discesa che ne segue finisce con il primo tappeto che fa girare le lancette. Col de Chateauneuf, che non provo neanche a scrivere senza errori ortografici. Cotelli mangerebbe un pollo vivo se non ci fossero errori nel colle che di sicuro non mi azzardo a riscrivere. (per chi non capisse cosa sto dicendo, qui la storia originale).
Maturato ma non ancora liberato dall’agonismo che le mie prestazioni non giustificherebbero, attacco il colle di Cotelli ed i suoi 5,4 km al 5% con buona furia, trovando nel mio SRAM il giusto rapporto. Mi rendo conto che essere sua una bici che non conosco a fondo, della quale non ho voluto contare i denti, libera la testa dai quei paletti con i quali continuamente ci si confronta “Ma come, salita al 7% e faccio fatica col 34/23??”. Ecco, non ho idea del rapporto che sto spingendo, ma le gambe mulinano che è un piacere. Gioco con il cuore, tenendolo attorno ai 155 per la gioia del cardiologici che sconsigliato i fuori tutta, e faccio quella sana fatica che non mi blocca lo stomaco. Mi sto divertendo. E sulla Paralane sono un re; come con la Endurace della Canyon ho la sensazione che sia stata la mia bici da sempre. Il motivo è molto semplice e sta nelle geometrie, che qualora troppo pro ci costringono ad andare da un biomeccanico per limitare i danni di una postura che non siamo abituati a tenere. Con le Endurance, una volta regolato il fuorisella, non dobbiamo piegarci agli eccessi e non siamo in sella come se fossimo in ginocchio sui ceci, da cui quell’irreale sensazione di essere comodo. Se a questo aggiungiamo i copertoncini, che tanto ‘cini’ non sono più, da 30, che tolgono ogni sensazione di rigidità e trasmissione delle vibrazioni, ecco spiegata la sensazione.
Il primo ristoro non è un granchè, qualche barretta di cereali e un addetto ai sali che si rifiuta di riempire le borracce, mi fanno per la prima volta vacillare l’idea che avevo di scrivere un articolo dal titolo “Paris-Nice, il bello del Laigueglia senza l’agonismo e senza i liguri”.
Seconda discesa e subito terza salita, per un profilo altimetrico che non prevede pianure che non siano all’inzio e alla fine, per uno schema tipico collinare.
Il Col de Calaisson, oltre ad avere il non trascurabile vantaggio di essere più facile da scrivere, va agli atti con una pendenza media del 4% che lo derubrica tra quelle salite che statisticamente non hanno il diritto di essere annoverata come tali.
L’ultima fatica di giornata si fa perdonare con punte al 12% e media al 7%. Lo scenario in cima è da grande montagna, e la pianura in costa a circa 600 slm ha il piglio da grande vetta e si presta a foto che hanno l’ambizione di essere epiche.
L’ultimo ristoro ci compatta tutti, e ritroviamo anche gli amici di Como dei quali avevamo perso i contatti nelle classiche telefonate di metà settimana “ci vediamo in griglia”. La citazione figlia della passeggiata lungo mare di Nizza di distribuire sedie nei vari punti del confortevole spiazzo dell’ultimo ristoro, complice il cronometro fermo e 20 km di turistica discesa che mancano all’arrivo, portano a clima da salotto che rende il contesto disteso e veramente piacevole, chiudendo il cerchio su un’esperienza a metà tra granfondo e randonnee, che ho amato particolarmente e che vorrei che fosse la direzione verso la quale andrà il ciclismo amatoriale, supportato dalla deriva Endurance/Gravel che stanno prendendo i telai slooping.
Filosofeggio sui ritmi di vita competitivi e frenetici che meritano un weekend a ritmi blandi, lontani dai cronometri. Mi premuro che il Garmin sia andato in auto-pause per non sputtanarmi le medie su Strava e…la discesa verso Nizza è come se ormai fosse fuori gara, con lo stesso principio del Laigueglia che arriva in cima ad una collina e poi ognuno fa quel che vuole per tornare in albergo.

Il rientro in Nizza è invece ben presidiato, sebbene tra le auto, e mi permette di apprezzare una città stupenda, che nell’economia di una granfondo è una valore aggiunto non trascurabile. A 90 km di autostrada da Laigueglia.
Paris-Nice, il bello del Laigueglia senza l’agonismo e senza i liguri.





tutto bello, tutto figo, ma i peli alle gambe te li potevi anche fare!
Con la pelliccia anche d’estate!
Bellissimo reportage. Adoro il vostro spirito ed anch’io auspico che il ciclismo amatoriale prenda questa direzione scimmiottando meno i professionisti. Ho anch’io una Focus Paralane meno spinta perché con l’Ultegra e solo i copertoncini da 28, ma confermo che sembra di esserci sempre andati visto quanto è comoda
Grazie Lorenzo!
La bici che hai scelto è assolutamente in linea con la mentalità di questo evento.
[…] Se è vero che il grado di soddisfazione per una cosa o un evento dipende molto dalle aspettative, è bene dirlo subito: questa non è una gran fondo per come la intendiamo noi in Italia, sono cronometrati solo i tempi sui tre passi (non sulle discese e su quei pochi metri di pianura), le strade sono aperte al traffico senza alcun controllo particolare salvo il presidio degli incroci, non c’è proprio spirito agonistico e la partecipazione è tutt’altro che oceanica (un migliaio scarso di partecipanti, diviso su 3 percorsi). Insomma, una via di mezzo tra una gran fondo ed una randonnée, come ultimamente si usa molto all’etero (ad esempio alla – meravigliosa, anche per lo spirito – Parigi Nizza Challenge). […]