La prima volta in cui sentii parlare del mont Ventoux fu in una rotonda a Como, mentre nel tentativo di schivare una buca, Mark Broon ne decantava la magnificenza. Ricordo ancora come di fronte alla mia ignoranza si girò di scatto per guardarmi male perdendo quasi il controllo della bici. Eppure non era tra le salite di cui avevo sentito parlare quando ancora guardavo il ciclismo in TV: antennone in cima, salita lunga e difficile, pietraia calda e un mito che ha fatto la storia del tour de France. Ah…

Ho poi rivisto le immagini di quell’antennone quando Froomy fu costretto a correre verso la cima, bloccato dalla folla che si era assiepata nella parte bassa della salita. La sua mitica corsa a piedi verso il traguardo, diventato un meme sui social e un’icona della determinazione. Il mont Ventoux era tutto questo, almeno fino a quando mi è stato chiesto di partecipare alla GFNY.

Da lì in poi, come spesso capita, mi è stata buttata addosso solo positività… In tutto questo dovevo anche trovare una motivazione valida per partire e affrontare un viaggio di almeno 6 ore in auto per arrivare alla linea di partenza. Se solo fossi stato in grado di trovare la minima scusa, me ne sarei stato tranquillamente a casa.

Invece a dispetto di un grand royale di pesce sulla costa Azzurra, saltato per questioni di ottimizzazione logistica e un rientro all’alba per impegni di lavoro, si parte lo stesso per la Francia.

Secondo i miei calcoli, dovrei attaccare la “bestia” alle 11:30 di domenica mattina, dopo aver pedalato per 110km di un percorso che sulla carta non sembra per nulla ostico. A quell’ora i siti meteo dicono che a Bedoin ci saranno 28 gradi e che in cima al Ventoux tra i 16 e i 18. Non i 34 che mostra il termometro della farmacia di Vaison La-Romain, percepiti 44. Un caldo che mi costringe a entrare con le gambe in una fontana della città medievale per cercare un minimo di refrigerio. Di far girare i pedali non se ne parla nemmeno, rischierei il collasso o di dover bere il torrente che passa a ridosso delle bellissime mura medievali del paesotto francese.

Arrivo al giorno di questa nuova avventura con le gambe che hanno scalato un dislivello notevole per i miei standard (l’anno scorso…). La Nove Colli mi ha rinfrancato parecchio rispetto al timore di soffrire lungo la salita del Ventoux, eppure il caldo… lo soffro e lo temo. Anche a Cesenatico trovare il cielo coperto e una temperatura mite, mi ha aiutato non poco nella gestione della granfondo. Ma oggi ci sono 34 gradi e domani?

Il temporale notturno è come una birra fresca all’arrivo di un giro estivo. Ci svegliamo con un’aria così frizzante che quasi non si riesce a fare colazione sul terrazzo dell’albergo. Meraviglia.

Arriviamo in griglia pedalando per 1′. Mi sorprendo ogni volta di essere così fortunato e poter partecipare a un evento come questo: organizzazione di livello, albergo a due passi dal villaggio e un ingresso da VIP verso la testa del gruppo. Me lo merito? Non credo, però pedalo ed è questo quello che (credo) conti.

Espletati i soliti rituali di braccia alzate e sguardi verso le bici dei vicini di griglia, partiamo dicendo che faremo almeno metà GF insieme, poi andrò verso il Col dell’Homme Mort: una lunga collina sulla carta, con un nome che non ispira nemmeno il meno tragico del miglior Fantozzi. Ma come sempre fatti i primi KM, ci perdiamo di vista, mi giro e mi rigiro ma dei buchi nel casco di Gio non ne vedo nemmeno uno, pensavo che il design del Catlike che indossiamo per l’evento ci aiutasse a non perderci di vista, oltre a rendere il caldo meno opprimente. Nulla di tutto questo, mi godrò però le prese d’aria per tutto il percorso della giornata.

Nella prima parte attraversiamo dei caratteristici villaggi francesi con casette di pietra, scatto qualche foto e mi godo la temperatura, oltre che la facilità con cui pedalo su salite che non hanno nulla di epico, arrivano al massimo a un 8% di pendenza. La prima vera montagna del giorno è appunto l’Uomo Morto. Sulla carta una media del 4% per 13Km, e così sarà. Una lunga cavalcata in cui lascio andare le gambe tenendo sotto controllo il cardio, che se no rischio il fuori giri, soprattutto in queste condizioni in cui mi sento bene e la pendenza non rende pesanti gli oltre 80Kg che sono costretto a portare in cima.

Mi metto a ruota di qualcuno e poi lo supero agilmente. Uno di questi lascia quasi di schianto, è italiano e gli chiedo che succede: “ho visto il cartello dei 10km allo scollinamento e mi sono bloccato”, come dargli torto? Eppure pedalo senza fatica, me la godo, ammiro il paesaggio e fingo a me stesso che sulla destra non ci sia un antennone su una pietraia che continua a guardarmi dall’alto, minaccioso.

È da quando siamo usciti da Vaison La-Romaine che l’ho notato lassù, austero e vero, forse fin troppo concreto e bianco. Speriamo di vederci tra qualche ora, continuo a ripetermi, non senza qualche timore reverenziale. In fondo salite.ch mi ha detto che la salita sarà più dura di quella dello Stelvio, figuriamoci, dello Stelvio…

Scollino il col del l’Homme Mort e inizia una discesa tecnica su un asfalto difficile fino al primo ristoro di giornata, dove riempio le borracce e mangio le solite banane. Gel ne abbiamo? Molto bene.

Terminiamo la discesa in sentieri quasi pedonali e arrivo al bivio del lungo, dove mi ritrovo in un bel treno di una ventina di ciclisti che pedala al mio ritmo, perfetto.

Saliamo da 600 a 800m in completa sintonia e da qui partiamo per un lungo tratto di discesa in cui quasi urlo dal piacere per l’armonia che trovo: paesaggio sorprendente fatto di canyon, rocce e montagne aride; curve e contro curve su un asfalto perfetto, pieghiamo e ripieghiamo, ci superiamo e ci guardiamo per evitare pericoli; una ventina di minuti di piacere assoluto, di guida serena ma divertente in cui riesco anche a scambiare la mia meraviglia con un ciclista italiano, sorpreso forse dalla mia gioia innocente e immatura.

Ma purtroppo come spesso capita, le cose belle hanno presto una fine. E la fine arriva con il ristoro successivo dove riempio le borracce e mangio. Gel ne abbiamo? Massimo uno a ciclista, si vu plex! Ops, ma poi c’è la bestia non è che… “Un a test, merci”. E va beh, speriamo basti la mia scorta.

Scendendo ovviamente il caldo inizia a farsi sentire. Arrivo al bivio di Bedoin alle 11:45 circa, come nei miei piani. Peccato che il Garmin indichi 32 gradi e non i 28 che pensavo di trovare. L’attacco è una salita dolce che però non mi pare abbia nulla di facile perché continua ad aumentare di pendenza. Il caldo è opprimente e mi fermo con altri alla prima fontana per buttarmi acqua sul collo e rinfrescarmi per bene riempiendo l’ennesima borraccia che ho già terminato. Acqua fresca che mi rincuora.

Riparto e arrivo al primo tornante dove la pendenza si impenna improvvisamente. L’attacco della vera salita. Da qui fino al tornante prima degli ultimi sei chilometri la pendenza varia dal 10% al 13% secondo il Garmin, non dando mai tregua. Si sale più o meno di 100m ogni Km. L’arrivo della GF è in cima a 1900m e siamo a circa 500m. I conti sono presto fatti mi dice la mia testa, mettiti il cuore in pace e pedala.

Questo tratto della salita è la parte che ho trovato veramente dura e dolorosa. Non c’è un minimo di respiro e le gambe sono sempre costantemente sotto sforzo. Quando penso di scorgere un tratto meno ripido dove riposare le gambe, le pendenze passando in realtà da un 13 a un 10%. Sofferenza pura e caldo torrido. Un inferno senza fine.

Ed è a questo punto che mi chiedo del perché mi ritrovo a pestare sui pedali e a soffrire in questo modo. Che cosa mi spinge a provare questo dolore fisico nel salire su una montagna che fino a poco fa nemmeno sapevo esistesse. Sì certo il raggiungimento di un obiettivo, la gioia della conquista, la sfida vinta, ma che cosa mi spinge a passare attraverso questi momenti di puro dolore, qual é la vera motivazione? Ancora sono alla ricerca del perché, non l’ho ancora trovato, spero un giorno di riuscire a spiegarmi quali siano le mie motivazioni.

Ho trovato utile e condivisibile queste considerazioni nelle “Rules” dei Velominati:

A Cyclist is dominated by their will of knowing we might in some way control the suffering even as we push ourselves harder despite the searing pain in our legs and lungs. Through suffering, we learn something rudimentary about ourselves – that salvation lies at the far side of struggle.

Che in italiano fa più o meno così

Un ciclista è dominato dalla volontà di sapere che in qualche modo è in grado di controllare la sofferenza persino quando si spinge oltre i propri limiti, nonostante il crescere del dolore alla gambe e ai polmoni. Attraverso la sofferenza, riusciamo a conoscere noi stessi in maniera primitiva – consapevoli che la salvezza si trovi al termine dello sforzo.

ma ancora non sono convinto che la scoperta di un mio essere primitivo sia la sola e unica motivazione. È qualcosa di più complesso che fatico ancora a capire.

Finalmente arrivo al tornante di Chalet Reynard e qui, scoprirò poi, finisce la parte più dura del Ventoux.

Dal tornante le pendenze sono meno rigide e le gambe hanno la possibilità di rifiatare girando con una cadenza quasi normale. Supero diversi ciclisti, cosa che non mi capitava da Bedoin, qualcuno è veramente in difficoltà e lo si vede, io di contro con queste pendenze “dolci” mi sento bene: 7% – 9% uno spasso… mi sento bene e pedalo quasi agile, anche i tornanti aiutano a prendere ritmo. Eppure attorno vedo sofferenza pura nelle facce e nelle andature di chi sta salendo. A un certo tratto la sento, vera e pura: qualcuno dietro di me credo per dei crampi, inizia a urlare, le sue urla rendono ancora più simile a un girone infernale questa interminabile salita. Urla di un uomo maturo, che risuonano spettrali in questa pietraia bianca. Il fascino del Ventoux inizia a farsi largo.

L’antennone sta diventando sempre più imponente e inizio a scorgere anche qualche dettaglio. L’ultimo tornante prima dei 100m al traguardo è una rasoiata non affatto morbida. Mi alzo sui pedali e non smetto di pedalare fino alla linea d’arrivo.

Sono esausto, ma non so se felice e contento. Lo sforzo di arrivare fin quassù è ancora troppo vivo e rimarrà tale anche dopo. Lasciandomi diverse domande a cui ancora devo dare una risposta. Mi prendo la medaglia da una donnona francese, rimpiangendo le modelle della Nove Colli. Mi godo il panorama offerto da questo gigante primitivo sedendomi insieme a chi è arrivato in cima e impreco perché il telefono mi lascia senza batteria proprio sul più bello.

Riparto per i 30Km che mi porteranno all’albergo lungo una discesa infinita e 10Km di pianura a ruota di un gruppetto di inglesi. Entro nella piazza del villaggio e trovo una distesa di maglie verdi: doccia, birra e polletto con pasta e insalata un classico d’oltre confine, tres bien!

Bellissima questa GF in cui mi sono goduto la pedalata lontano dal traffico e una nuova esperienza per me estrema. Ci torneremo a fine settembre sul Ventoux per una tre giorni che sicuramente ci regalerà altrettante emozioni. La sensazione che all’estero se la prendano più comoda e con un ritmo più congeniale per chi come noi intende godersi il giro piuttosto che spingere per superare quelli che ti stanno davanti, è confermata: non una caduta, non un’ambulanza e tanti arrivati dietro di noi come raramente capita. Sarebbe perfetta se non ci fosse anche il mont Ventoux da scalare… dettagli.

Posted by Max

Ciclista da quando è nato. Ha provato la sua prima bici da corsa nel 2015 perché si erano esauriti gli sport da lui praticabili e ne è rimasto folgorato: "posso tornare a fare sport senza soffrire di tendinopatia!", per poi tornare a soffrire sulle salite attorno al lago di Como. Lavora in aziende digitali da vent'anni e pratica anche la vela (senza soffrire). Ha una Wilier GTR 2015 e una Specialized Rockhopper Pro. Scrivigli a max@bklk.it

One Comment

  1. […] lo sforzo e la sofferenza del Ventoux avevo bisogno di bellezza, relax e gioia di pedalare. Difficilmente mi sarei rimesso in sella così […]

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