Non avevo mai sentito parlare dell’etape du tour finché non siamo stati invitati ad essere trai 15.000 partenti, prevalentemente francesi, con buona partecipazione da UK e nessuno dall’Italia, ed è forse questo il motivo per il quale siamo stati trattati per 3 giorni come dei reucci, ospiti d’onore in tutto e per tutto.

Il venerdì della partenza non lascia presagire niente di buono; passo dagli amici di Run and Bike per verificare un rumorino sulla ruota dietro e scopro in un colpo solo di aver rotto il cerchio,  tagliato il copertone, e ne dovrò tornare ai 23 perché i 25 su telaio della mia vecchia BMC SLC01 è al limite e rischia troppo spesso di toccare.

Mi rassegno, rimonto i miei vecchi cerchi Fulcrum e scelgo di rimanere sul Grafene di Vittoria, ma effettuando un downgrade in fatto di prestazioni, per puntare sulla maggiore affidabilità dei Rubino PRO in luogo dei Corsa.

Fortunatamente questo sarà l’unico vero inconveniente di un weekend perfetto sotto tutti i punti di vista.

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Il livello dell’evento lo si capisce già dal villaggio del sabato, allestito attorno ad un piccolo aeroporto, per l’occasione chiuso è destinato a parcheggio per le centinaia di macchine che si faranno notare solo in quest’occasione. Nonostante la partecipazione pazzesca, le operazioni di rito sono immediate, ed il pacco gara viene ritirato in 30 secondi 30, senza dover attendere il proprio turno, ed il tempo restante lo si può dedicare al cazzeggio tra gli stand, dove resistere all’acquisto del gadget è una battaglia che non provo neanche a combattere.

Superati un paio di inconvenienti con classe anglosassone, affrontiamo la cena della sera prima al tavolo dei giornalisti, in gran parte semipro che guardano con diffidenza la mia stazza e non infieriscono chiedendo in quanto avrò intenzione di arrivare al traguardo. L’unico che fa i conti in tasca a tutti arriverà 2 ore e mezza dopo di noi, probabilmente sfruttando anche qualche passaggio non autorizzato.

La notte fa caldo, ho mangiato troppo e mi sveglio ogni mezz’ora. Arrivò a colazione comunque in forma, non faccio l’errore di affidarmi a prodotti enervit ed affini, e mi butto su pasta e marmellata.

sportograf-83663819La consegna delle borse che ci aspetteranno all’arrivo viene sbrigata negli stessi secondi serviti il giorno prima per il ritiro del pacco gara: 30.

Ci siamo, in griglia ci sono 20 gradi alle 7 di mattina e non serve già più la mantellina. Il completo lightweight della Rapha, a pelle, è già più che sufficiente.

Solito selfone di rito come il peggiore coatto a Freggggene e si parte, in discesa.

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Tranne qualche fenomeno che statisticamente non può mancare, si percepisce subito in clima meno agitato rispetto alle granfondo di casa nostra.

I vecchi cerchi e i copertoncini da 23 non mi isolano abbastanza dal terribile asfalto a grana grossa francese, che mi funesterà la giornata obbligandomi a lottare, tra gli altri, con le mani informicolate, dandomi una sensazione continua di non scorrevolezza.

Dopo i primi 6/7 km di discesa, il primo assaggio di salita con uno strappetto di qualche centinaio di metri che sfila il gruppo è scalda la gamba per il primo GPM di giornata, il Col d’Aravis, salita di tutto rispetto con il suo 7% di media su poco meno di 7 km; complice la freschezza e l’euforia dell’inizio gara, si inizia velocemente la discesa, lunga, larga e veloce, che ci permette di raggiungere velocità alle quali normalmente non pensò neanche di poter andare.

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Mi fermo per il riempire per la prima volta la borraccia, e scopro con stupore che il partner tecnico Isostar ha deciso di non fornire i ristori di sali minerali (scoprirò poi che il privilegio dei sali sarà concesso ad un ristoro ogni due). Poco dopo, in pieno stile maratona delle Dolomiti, comincia la seconda salita di giornata, quella che preferirò per la sua pedalabiltà, il Col de Colombiere. 12 km a meno del 6% per arrivare ad una quota massima di 1.600 metri, con scorci dolomitici che mi riportano al Pordoi.

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Cominciamo ad avere nelle gambe la metà del dislivello che richiede la giornata, graziati come siamo stati dalla cancellazione del Col de Ramaz. La temperatura sale ed i 34 gradi cominciano a scaldare il gruppo, che pedala preoccupato verso lo spauracchio di giornata, che come vuole la tradizione, ha un nome facile da ricordare, che lo rendo subito mito e incubo. Barbotto, Giau, Joux Plane. Potresti leggere il nome nello sguardo di chi li avvicina, pedalando al risparmio, mangiando per dare al corpo le energie che temi non avrai.

Dopo un lungo tratto di pianura mossa dove cerco il mio gruppo, mollando chi spinge troppo, arriviamo al ristoro immediatamente precedente,dove la tensione è percepibile. Volontari con la canna dell’acqua offrono doccia a chi si illude di riuscire a combattere il caldo, si riempiono le borracce e si parte per la guerra. Sono le 11:45. Stimo di doppiare la vetta per le 13, e dopo una curva secca verso sinistra, saluto Max e gli do appuntamento in vetta. Non provo neanche a tenere il suo ritmo, pur essendo anche lui sulla difensiva, ma capisco subito che l’unico modo per arrivare in cima e non andare fuori soglia. Dopo pochi metri mi partono i crampi che riesco a gestire, e continuo a pedalare con il 28, che benedico aver montato per la prima volta.

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Il bordo strada è popolato da chiunque, amici, mogli, tifosi e scolaresche che cantano e incitano, offrono acqua e supporto morale. Tutti proprietari delle case sono in strada, chi con la canna dell’acqua, chi con bottiglie. Il supporto è commovente e ci si sente come dei professionisti. Rallentati ma professionisti. Più si sale più la salita miete vittime, e non c’è cono d’ombra o tornante che non registri il tutto esaurito. Il passare dei km è scandito dai cartelli a bordo strada, permanenti, che ad ogni km indicano i mancanti alla vetta e la pendenza che ti aspetta nei prossimi 5 minuti, dandoti la carota dei metri che passano, ed il bastone di una pendenza che non molla mai.

Gli ultimi 3/4 km, tutti al 10%, diventano una sofferenza pura e lo scollinamento, 15 minuti oltre l’orario previsto, è puro sollievo, come la vista del laghetto incantevole e del ristoro prima della picchiata sull’arrivo a Morzine. Giusto il tempo di chiudersi la Rapha per la discesa, e la beffa di 400 metri all’insù dopo una curva me ne fanno pensare e dire di tutti i colori.

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Un gruppetto di bambini, credo appositamente piazzati li dalla chiesa cattolica, si affrettano a placare le imprecazioni dando precisa indicazione dei pochi metri verso la definitiva discesa, che sara lunga e tecnica, quindi non particolarmente godibile.

L’arrivo, come sempre, è una sensazione che ti porta a tornare ad iscriverti.

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L’organizzazione all’arrivo è talmente perfetta da farmi arrivare in albergo in 10 minuti, con il bagaglio che avevo spedito, il cappellino del finisher e la medaglia; neanche mezz’ora dopo aver finito sto già assaporando il reucpero del campione hamburger-birra-patatine.

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A conti fatti, è una granfondo di livello altissimo, integralmente chiusa al traffico, forse addirittura superiore alla maratona delle Dolomiti, che ha il vantaggio di essere diversa tutti gli anni, e lo svantaggio eventuale per noi italiani di essere lontana da raggiungere; quest’anno la partenza era a meno di 300 da Milano.

Da fare, senza se e senza ma.

Posted by Gio

Terzino sinistro per indole, ciclista per esigenze di salute, comincia a pedalare dopo aver sfondato la soglia dei 100 kg. Si appassiona alla bici e tenta di dimagrire per andare meno piano in salita. Ossessionato dalla tecnologia scopre Strava, dal quale sta tentando di disintossicarsi. Pedala sua una BMC RoadMachine con Campy Record EPS Disc e Bora.

3 Comments

  1. […] in cui sono passato. Per cui a Mallorca noto la traccia del mio giro, così come a Londra e nelle Alpi francesi alcune delle granfondo dell’anno scorso. Qualche tono più intenso lo scorgo attorno a Bormio […]

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  2. […] con il team di BKLK al completo, non succedeva dai tempi della Mallorca312, io e Giovanni per il secondo anno consecutivo, Simone per la prima volta. L’evento, per chi non lo sapesse, riprende il percorso di […]

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