Le Tour, che per noi significa semplicemente il Giro (di Francia), per i francesi è una parola magica.
Tu dici a un francese Tour e lui si precipita in cantina a prendere seggiolina e ombrellone, carica la nonna sul camper e corre a prendere posto a bordo strada in attesa del passaggio dei corridori.
Dici a un francese Etape du TOUR, cioè la replica per cicloamatori di una delle tappe più belle del Tour, lui sente quella parolina magica e corre in garage a prendere la bici per fare la stessa tappa che fanno i pro (ben 15.000 iscritti, da una settantina di nazioni, e ben 11.200 finishers); chi non ha in garage neppure una Motobecane del 1982, partecipa come può: gli abitanti dei paesini paralizzati dal blocco del traffico ricambiano l’onore del passaggio della corsa creando muri di gente lungo le strade e suonando qualsiasi oggetto rumoroso per incitare i ciclisti, ai pensionati locali non par vero di abbandonare i cantieri stradali e una volta tanto tirar sera criticando i ciclisti invece dei muratori, chi si è dovuto fare 5 km a piedi per andare a comprare il pane approfitta della strada del ritorno per sventolare le sue baguette come bandiere, qualche contadino sposta il sistema di irrigazione dei suoi campi per annaffiare i ciclisti, Didì il Diablo sulle ultime rampe dell’Izoard prepara anche per noi la stessa accoglienza data a tutti i campioni da Chiappucci in poi ed ovviamente chi ha un camper carica la nonna ed aspetta i ciclisti a bordo strada facendo la hola, che fa pure bene alla salute della nonna, e svuotando bottiglie nel coppino dei ciclisti barcollanti in salita.
Basterebbe questa meravigliosa atmosfera (e le strade perfettamente chiuse al traffico) per fare dell’Etape du Tour una delle più belle manifestazioni ciclistiche del mond, a prescindere dal percorso della tappa scelta di anno in anno.
Poi c’è il percorso, appunto: quest’anno era la tappa regina, quella del Vars e dell’Izoard, 180 km con 3.600 D+ (e altri 20 km per tornare a Briancon), nessun percorso corto perchè non siamo qui a chiacchierare, ma a vedere se anche noi siamo in grado di fare lo stesso percorso dei pro.
Si parte con 50 km di discesa, sulla carta anonimi, che però diventano belli non appena si lascia la strada principale e si iniziano i mangia e bevi a mezza costa. La cosa più bella in questa prima fase è comunque vedere il mix tra ciclisti con fisico da pro e ciccioni impresentabili, a cui non avrei dato un euro e che partono comunque per il Vars e l’Izoard, probabilmente lasciando detto a casa di non aspettarli neppure per cena (ed in effetti alle 10.00 di sera di ciclisti in giro ce n’è ancora tanti, ma qui hanno un altro spirito, al tempo impiegato sono interessati in pochi). In pieno relax (salvo il pensiero del dopo) si arriva dopo una cinquantina di chilometri al lago artificiale di Serre Poncon, sulla carta anonimo come tutti i laghi artificiali ed invece bello con le sue acque turchesi, soprattutto quando si sale e si scende dai tornanti della prima salita, la Cote des Demoiselles Coiffées.
Passato il primo GPM, si torna giù e si inizia la prima risalita nel fondovalle, che in una trentina di chilometri porta da quota 700 a quota 1.300 sui classici stradoni larghi in semi salita dove rischi di spingere troppo e fare il patatrac; invece, vado via leggero come il vento, forse anche per merito della Basso Diamante che sto provando (e, forse, anche del vento alle spalle), fino al bivio dove inizia ufficialmente la prima salita vera.
Il Col de Vars, che come insegnano i libri di storia del ciclismo sono 14.1 km al 5.7 % di media.
Mi permetto però di insegnare ai libri di storia che sono 9 km praticamente in falsopiano e 5 km al 9 % circa … la somma rimane la stessa (14,1 km al 5,7%), ma la sostanza cambia di brutto. Come sostengo da tempo anche la matematica è un’opinione, dimmi 5,7 % e parto con un certo spirito, dimmi 5 km al 9 % e parto già con le orecchie basse anche se i primi 9 km non esistessero.
Io per la verità lo sapevo che era così, il grafico l’avevo visto, ma come al solito avevo fatto attenzione alla media e liquidato gli ultimi chilometri con il classico “salita pedalabile con un pezzo duro”; morale della favola, mi sono presentato al via tutto tronfio per aver battuto di 1 secondo Nibali sull’Alpe del Vicerè nell’ultimo allenamento prima di partire (grazie Strava per farci sentire dei campioni ogni tanto!) e mi ritrovo a salire a velocità da Mortirolo su una salita al 5,7 % di pendenza media, per di più con le temperature che iniziano a passare i 30 gradi, pochissimi tornanti in cui tirare il fiato e un asfalto rugoso che metteva il carico da 90 sul mio scoraggiamento.
In qualche modo, in cima ci arrivo comunque, stremato e strasudato, e inizio la discesa, larga, liscia e con tanti curvoni che tiro da Dio con la Basso Diamante, fino a Guillestre, che si attraversa pedalando per un paio di chilometri tra due mura di folla che applaude, urla, fa hole, incita – un po’ seriamente, un po’ sfottendo e un po’ compatendo tutti i cacciavite come noi che si mettono in testa di fare il Froome per un giorno – e suona tamburi al nostro passaggio, sapendo (loro) che con 140 km nelle gambe non siamo ancora a metà dell’opera.
Si, perchè dopo Guillestre (960 mt. s.l.m.) comincia la nuova risalita dal fondovalle – peraltro in un magnifico canyon – fino a quota 1.266 dove, dopo una ventina di chilometri di salita, inizia la salita.
E la storia si ripete: nuovo fondovalle in scioltezza e nuova sofferenza in salita.
Essendo un po’ più preparato psicologicamente, me la prendo più comoda, ma qui la salita è più dura e nel frattempo le temperature sono arrivate a 35 °C. Non basta una doccia in un torrente prima che inizi il pezzo duro, nè il piacere di svuotarmi in testa una bottiglia di Perrier che il francesino del ristorante di sabato sera vendeva a € 5,80/litro e che al rifornimento danno gratis, nè le borracce che i tantissimi tifosi (sempre siano lodati) mi hanno svuotato nel colletto; si sale a velocità da Mortirolo, anche qui non giustificate dalla pendenza, e improvvisamente mi rendo conto di cos’è il Tour.
C’è la difficoltà oggettiva della salita (comunque sono 16 km al 7 % scarso, che fa media con due discese in mezzo) e poi c’è quel qualcosa in più che è la durezza del Tour: una volta dormi in un albergo a 5 stelle e la volta dopo (non per tirchieria nostra) in una stamberga dove non chiudi occhio tutta la notte e per colazione trovi giusto una mezza baguette con un po’ di marmellata, ogni salita è preceduta da chilometri di falsopiano che ti lavorano ai fianchi, ci sono 35 °C e manco un metro d’ombra, ad 8 km/h non c’è neppure un refolo d’aria che ti rinfreschi nè una pianta che faccia un po’ d’ombra, la testa esplode dal caldo, provi inutilmente a metterti in posizione da crono (a 8 km/h, sfidando il senso del ridicolo) per cercare l’inclinazione del casco che incanali più aria verso la testa, ti senti la bocca secca ma sai anche che ormai tutto quello che bevi diventa solo una palla d’acqua nello stomaco, senti la schiena bruciata dal sole, le orecchie ustionate iniziano a far male, le labbra si screpolano, l’asfalto è impeccabile ma lentissimo, non ci sono tornanti che aiutino come sullo Stelvio e sei così rimbambito che non riesci neanche a chiederti chi te lo faccia fare.
Due uniche consolazioni: le borracciate degli spettatori (merci beaucoup, les francais) e la discesina che porta alla Casse Deserte, a 3 km/m dalla vetta, che è un sollievo sia per le gambe che per gli occhi (bellissimo panorama, l’unico veramente bellissimo di tutta la giornata).
Dopo la discesa, sapendo che mancano solo 2 km, tutto dovrebbe essere più facile; invece, nonostante l’abbrivio della discesa passo sotto gli occhi di Coppi e Bobet con una pedalata che non fa onore né a loro né a me e per la prima volta in vita mia anche la flamme rouge diventa un bicchiere mezzo vuoto (cazzo, ancora un km!).
In cima all’Izoard, però, ho finalmente capito cos’è il Tour, nel bene e nel male: una macchina gigantesca, migliaia di persone in festa, un’organizzazione perfetta, un villaggio di partenza più grande di tante fiere del ciclo da noi, ma anche una fatica doppia di quella normale per le difficoltà climatiche e ambientali.
Questo è il tour per come l’ho sempre sentito raccontare e l’Etape te lo fa sentire tutto (sulla tua pelle, aggiungerei). Magari non sarà il percorso più bello del mondo (le Dolomiti, lo Stelvio e il Gavia sono oggettivamente di un altro livello rispetto al Vars e l’Izoard), ma la bellezza della manifestazione in sé è incredibile, una tra le più belle in assoluto, se non la più bella, che abbia mai fatto.
Per il 2018 nuovo Tour dei pro, nuova Etape du Tour, nuovi posti da scoprire e la certezza della stessa atmosfera; il mio conto alla rovescia per l’annuncio della prossima Etape è già cominciato, con una piccola speranza … e se poi facessero (anche) l’Etape Champs Elysée ?
Per questa gran fondo ho usato: Bici Basso Diamante montata con Campagnolo Chorus EPS, ruote Microtech 138 in alluminio e copertoncini Michelin Pro4; abbigliamento Chapeau Cycling, calze The Wonderful Socks, casco Catlike Mixino ed occhiali Oakley.














[…] finalmente, qualche giorno prima dell’Etape du Tour, le bici arrivano, esco una mezz’oretta per regolare la sella e al ritorno mia moglie mi […]
[…] All’Etape du Tour c’era una bella atmosfera di fratellanza eppure il primo è arrivato in cima all’Izoard più o meno con lo stesso tempo degli ultimi pro (che vuol dire arrivare in cima all’Izoard a circa 35 km/h di media, mica roba da cacciaviti); ancor di più alla Mallorca 312. Un conto è andare forte, un’altra cosa è insultarsi a vicenda o pedalare in modo tale da mettere a rischio l’incolumità degli altri, si può andare forte anche rispettandosi e senza rovinare la giornata agli altri. […]
[…] Con un abbigliamento adeguato e soprattutto con un paio di copriscarpe impermeabili (che dovrebbero essere un must nel guardaroba di ogni ciclista, visto anche che una volta tanto te la puoi cavare con una trentina di euro) anche questa è andata; non è stata certo la giornata in cui nella mia vita ho sofferto di più il freddo in bici e, se proprio vogliamo parlare di clima, qui ho sofferto la metà di quello che ho patito sull’Izoard con 37 °C all’Etape du Tour. […]
[…] che avevo preso a piene mani l’anno scorso ad un rifornimento quando mi sono reso conto che sull’Izoard sarebbero stati cazzi amarissimi (previsione purtroppo tristemente azzeccata). Inutile dire che […]