La prima volta che la sento nominare è ad aprile 2025 quando Giovanni ne parla in chat: tra le proposte degli eventi a cui partecipare spunta la GranGuanche. Nasce piano piano il consenso: è da fare. Il mio consenso nasce con un pizzico di incoscienza: attraversare 5 isole delle Canarie in 6 giorni, percorrendo 750Km e 17.000m di dislivello, non proprio una passeggiata. Ma l’entusiasmo per la bici nuova e la voglia di stare di nuovo tutti insieme hanno la meglio. E così iniziano i preparativi che ci porteranno a Orzola il 25 gennaio 2026, nella punta più a nord di Lanzarote, da cui alle 7 del mattino partirà la nostra GranGuanche che ci porterà ad attraversare le cinque isole delle Canarie: Lanzarote appunto, Fuerteventura, Gran Canaria, Tenerife e La Gomera.
Prima di gennaio però tanti dettagli (e non) da sistemare. Come arrivare preparati a un evento con così tanto dislivello in pieno inverno, quando le salite da noi sono fredde e a volte gelate? Cosa portare per essere sicuri di arrivare con tutto ciò che occorre e non dimenticare il dettaglio che impedirà di arrancare verso la fine? Come attrezzare la bici tra rapporti e dimensione degli pneumatici? Come ci alimenteremo lungo il percorso? Che ritmo terremo per gestire le diverse tappe che ci porteranno verso la fine? Tutte domande che troveranno risposte in chat o in cene per definire le cose più importanti.
Le ultime settimane portano molti chilometri tra un panettone e una veneziana, salendo tanti metri manco fossimo a giugno… La preoccupazione finale più grande è la borsa che porterà la bici da Malpensa a destinazione. Sorprendentemente arriva tutto senza forcellini storti o telai piegati. Un paio di ore sul marciapiede del lungomare ed ecco che le nostre bici sono pronte per il briefing iniziale dove dovremo mostrare le attrezzature e l’abbigliamento obbligatorio di base, perchè salire sopra i 2.000m e attraversare zone in cui la vita è diradata, non è poi così banale.
La prima sveglia alle 5 del mattino ci porta verso la linea di partenza in taxi, per coprire i 40 km verso lo starting point. Siamo un centinaio e c’è chi punta a chiudere l’evento in un paio di giorni con un’andatura Audax. La maggior parte ha come obiettivo di arrivare alla Gomera in 4/5 giorni e qualcuno punta ad arrivare prima del cancello finale di 7 giorni.
Guardiamo le bici e i loro diversi assetti. C’è veramente di tutto: titanio, aero, endurance, gravel. Ognuno esprime il suo modo di cercare di arrivare alla fine. Commentiamo le borse che ciascuno ha interpretato a suo modo per arrivare con il minimo ingombro possibile ma senza lasciare nulla di indispensabile.
La partenza è mistica. Siamo solo noi al buio, con le luci delle bici che illuminano la strada, attorno il nulla se non il mare e la terra vulcanica che si tinge di rosso con la luce del sole che lentamente aumenta. Siamo all’alba e il sole si sta alzando all’orizzonte. C’è chi parte per vincere e c’è chi parte per arrivare. Abbiamo capito che tenere il ritmo basso ci permetterà di gestire le diverse giornate che ci aspettano. Swattare non fa per noi perché ci porterebbe fuori giri magari non sulla salita del giorno, ma su quella del giorno dopo.
La prima salita ci svela la natura di queste isole meravigliose. Una natura unica frutto del clima mite e dell’umidità portata dal mare. Strade immacolate con un asfalto senza compromessi. Pendenze quasi sempre gentili che ci consentono di salire con ritmo. Discese senza fine dove pennellare curve immacolate e arrivare a godere di quanto sia bello scendere veloci in sicurezza.
Ci raggruppiamo con altri lungo un falsopiano in discesa che ci porta sulla costa sabbiosa dove surfisti e surfiste ci guardano passare curiosi. Ci fermiamo in un loro bar per il primo rifornimento di giornata. Un caffè al sole tra ragazzi abbronzati e ritmi chiaramente lenti per chi si sta godendo la vita senza compromessi.
L’obiettivo di giornata è arrivare al nostro traghetto per poi decidere se continuare su Fuerteventura per altri chilometri e accorciare la tappa successiva. Tutto dipende da come ci sentiremo e come decideremo di affrontare il percorso, non c’è nulla di già scritto.
Attraversiamo paesini dove non c’è anima viva. Case bianche e la natura ci accolgono dopo ogni curva, alternate a strade lunghissime e vallonate che si spingono fino all’orizzonte. La linea bianca in mezzo alla strada indica la via, le auto ci superano sempre sull’altra parte della strada, mantenendosi ben oltre il metro e mezzo consigliato. Chi guida aspetta prima di superarci nel caso non sia così evidente la sicurezza del sorpasso non tanto per loro, ma per la nostra incolumità. Incredibile.
Nel mezzo di un cratere dove ci sembra di essere su un pianeta alieno, incontriamo Eva che incredibilmente ha perso il sellino. Nonostante le apparenze, non siamo di fronte a un film anni ‘80 con Pierino e Alvaro Vitali. Jan e Gio si fermano a recuperare la vite persa tra i sassi. Nel salvare l’evento di Eva arriviamo al porto con giusto 5 minuti di ritardo che ci fanno perdere il primo traghetto della nostra GranGuanche. Maledetta Eva. La delusione si stempera subito di fronte a una paella mixta: in fondo non cambia nulla anziché pranzare al porto di destinazione, pranziamo nell’attesa del prossimo traghetto che partirà due ore dopo.
Inizia a farsi largo l’idea di anticipare di un giorno il nostro piano. Stiamo bene, abbiamo tempo, cerchiamo di puntare al traghetto delle 8 anziché a quello delle 17 che il giorno dopo ci dovrebbe portare da Fuerteventura a GranCanaria. Questo significa spingerci nel mezzo dell’isola in un paesino dal nome affascinante per uno juventino come me Betancuria, dopo l’ennesima salita (dolce) di giornata, per poi il giorno dopo partire prima dell’alba e pedalare 75 km in 3 ore circa per arrivare in tempo al primo cancello.
Ma facciamo un passo indietro perché Fuerteventura ci regala un passaggio tra le dune del Parco Naturale di Coralejo da togliere il fiato. Pedaliamo con a sinistra il mare e a destra dune infinite di sabbia. Camper, auto e moto parcheggiate per godere del sole e del mare, noi in mezzo a godere di questa strada che mi ricorda la California dei film e delle serie anni ‘80/’90 dove i surfisti erano eroi senza tempo, tra cui Point Break mi viene ricordato più spesso.
Svoltiamo a destra verso l’ultima salita di giornata. Abbiamo prenotato un appartamento a Betancuria come da nuovo piano, e Giovanni ha l’intuizione di fermarci in un alimentari per fare la spesa necessaria per la nostra cena: pasta in bianco, un carboload indispensabile per potere ripartire il giorno dopo.
C’è chi prende l’acqua, che non è mai un tema banale considerando i luoghi in cui stiamo pedalando, dove le fontane pubbliche non esistono e gli alimentari in alcuni casi distano decine di chilometri. Chi decide di bere l’ennesima Coca carica di zuccheri ed energia. Chi pensa già alla colazione del giorno dopo e ai panini da preparare.
L’ultimo tratto di salita che segue è indimenticabile. Saliamo tutti insieme parlando e condividendo sensazioni di giornata, mentre il sole sta calando dietro le isole di fronte a noi. Abbiamo un ritmo perfetto, grazie anche alla pendenza che non supera mai il 6%. Potremmo andare avanti veramente fino al giorno dopo. Ma la notte in bici per qualcuno non è un tema, anche per me: non sappiamo quanto faccia freddo, come gestire il nostro corpo alla privazione del sonno, come stare in sella per ore al buio. Per cui la decisione di fermarsi per dormire e poi ripartire presto è quella più sicura e condivisa da tutti.
Arriviamo a Betancuria verso le 20 quando il sole è già tramontato e dopo una discesa fredda dove però il piumino leggero ma antivento e caldo ci garantisce di non soffrire il freddo sceso su queste montagne dopo il tramonto. L’appartamento è una chicca che ci lascia a bocca aperta perchè dispone di tutto quello di cui abbiamo bisogno: due stanze, una doccia calda, una cucina attrezzata e un televisore da 100 pollici alla parete per permettere a Bubo di far partire dei film di altri tempi, a cui nessuno dà retta se non lui che gode di questo benessere inaspettato.
Doccia e cena con pasta in bianco, appunto. Farcita da una mezza forma di formaggio e da una marmellata che il padrone di casa ci porta quando viene a salutarci la sera stessa. Lo vorremmo abbracciare per la sistemazione perfetta e la doccia calda che ci ha garantito per la notte. Non fa una piega di fronte ai nostri panni stesi ad asciugare sul lampadario del salotto e anzi ci ringrazia, ma siamo noi a farlo più calorosamente con un muchas gracias por todo.
Jan si addormenta in 5 secondi netti. Noi ci prendiamo il tempo per preparare tutto per la sveglia del giorno dopo e per non perdere tempo nei preparativi che ci porteranno a prendere il traghetto in tempo.
Le 3 ore che ci portano a Morro del Jable sono un’altra pagina indelebile dei ricordi che ci porteremo per sempre con noi. Usciamo quando fa ancora freddo, siamo verso i 5 gradi. Ma non soffriamo il freddo, abbiamo tutto quello che ci serve. Sappiamo anche che piano piano ci dovremo spogliare per non sudare troppo lungo il tragitto che ci aspetta. Le luci illuminano la strada con dei coni su cui abbiamo il controllo, oltre è una continua scoperta. Ma le strade sono dei biliardi che non nascondono sorprese. Ovviamente non incrociamo pressoché nessuno. Sentiamo solo l’abbaiare di cani in lontananza e per 70 chilometri pedaliamo immersi nella natura, senza mai incontrare un centro abitato, se non verso la fine qualche bivio o qualche rotonda che ci ricorda di essere nella civiltà.
Faccio colazione con una barretta, non possiamo fermarci se non per togliere strati. Ma sono lento e Giovanni me lo ricorda scandendo il tempo: Andiamo! Ma io sono ancora con lo zaino aperto, una zip della borsa semi chiusa e un piumino da sistemare. Maledetto.
Piano piano si fa spazio la convinzione che ce la dovremmo fare. Abbiamo un parametro che ci guida e che ci guiderà in queste tappe: l’ETA, ossia Estimated Time of Arrival che i nostri computer calcolano in base alla velocità media che stiamo tenendo. Non abbiamo molto margine però. Passiamo su una ciclabile che ci evita una superstrada che noi ce la sogniamo (la ciclabile). Sali e scendi all’alba in totale sicurezza. Entriamo finalmente di nuovo nella civiltà, ce ne accorgiamo perché evitiamo per un pelo due auto che prendono una rotonda al contrario, immaginiamo siano inglesi non abituati alla guida a sinistra.
Mancano 5 chilometri al porto e in una discesa urlo a Jan che sta sbagliando strada, ma non faccio in tempo ad avvisare Gio e Bubo: siamo sicuri di riuscire a farcela?
Io e Jan prendiamo la strada giusta sperando che anche loro lo abbiano fatto. Ma non si vedono davanti né dietro. Arriviamo a una strada non asfaltata: abbiamo di nuovo sbagliato strada? Pare di no, è proprio dove Matteo (l’organizzatore) voleva farci passare. Ma di Gio e Bubo nessuna traccia. L’ETA a questo punto non è più così rassicurante, non abbiamo margine anche perché il giorno prima abbiamo cambiato le prenotazioni, perderemmo anche il biglietto a questo punto. Di contro non dovremo andare in biglietteria per acquistarlo.
Eccoli! Un paio di luci rosse illuminano lo sterrato in lontananza. Ritorniamo sull’asfalto e acceleriamo non prima di aver superato l’ennesima salita. 10 minuti di margine per esibire i nostri documenti e salire sul traghetto insieme a una ventina di altre biciclette già appese al cavo dove posiamo anche le nostre, prima di prendere posto nelle comode sedute a bordo nave. Ce l’abbiamo fatta: abbiamo risparmiato un giorno secco che potremo dedicare al meritato riposo quando e se arriveremo alla Gomera. Bravi tutti!
Arriviamo a GranCanaria con già nelle gambe più di settanta chilometri e un migliaio di metri di dislivello, malcontati. Siamo quindi consapevoli che non potremo spingerci molto in là in quella che ci pare l’isola più impegnativa: 250 km e quasi 6.000 metri di dislivello. Indispensabile dividere la traccia in due, ma non ci è ancora chiaro dove fermarci per la prima notte. Decidiamo saggiamente di non spingerci oltre alla prima salita di giornata e riservare la salita verso il Pico della Nieve al giorno due. Questo non ci impedisce di chiudere questa prima giornata con più di 3.000 metri di dislivello, non prima però di aver attraverso la parte urbanizzata di Las Palmas. Passare dal deserto, da aree rurali, da una caldera di un vulcano al centro urbanizzato, al traffico, ai semafori è come entrare in Corso Buones Aires a Milano dopo essere stati sulle Alpi a camminare.
Fatichiamo a riprenderci anche dopo uno stop al supermercato a riempire borse di liquidi e cibo per la lunga giornata che comunque ci aspetta. Nascono nel frattempo i primi meme legati alle nostre decisioni più o meno condivise: la busta da mezzo chilo di frutta secca che ingorga una borsa di Giovanni, la mia necessità di bananitos per garantire una scorta di cibo a tutte le ore, i panini stopposi di Jan e i dolcetti riparatori di Bubo. Andiamo! Ovvio che non sia ancora pronto.
Il traffico sembra non finire mai. Una delle strade meno belle che abbiamo affrontato finora. Ci fermiamo a pranzo in un paesino più grande di altri per una pizza napoletana all’inizio dell’ultima salita di giornata, che invece torna a regalarci scorci unici e strade deserte.
Decidiamo di fermarci a Los Canarios prima delle salite sulla carta più impegnative di GranCanaria. Scelta che ci garantisce più riposo di altri che non avevano quei chilometri nelle gambe e che scopriamo essere più affidabile perchè sulla chat dell’evento arrivano messaggi di chi non riesce a trovare una sistemazione per la notte in paesi interni non attrezzati.
Noi invece ci sistemiamo in un villaggio attrezzato anche di lavanderia e in un appartamento moderno, nulla a che vedere con il calore di quello di Betancuria. Laviamo e asciughiamo i nostri capi tecnici per ripartire il giorno dopo, non senza aver prima divorato un porridge stopposo, compensato da delle incredibili uova di Giovanni che ci aveva promesso al sera prima, inaspettate e generose. La fame non cala, consumiamo circa 5.000 calorie al giorno e sappiamo che senza benzina il nostro motore rischia di andare in riserva, e così ne approfittiamo per una doppia colazione al bar. Sembra di pedalare da una settimana e invece siamo solo all’inizio del terzo giorno.
Un falsopiano infinito ci accoglie con vento contro. Un simpatico vecchietto che soprannominiamo immediatamente Faustino si mette in scia per sfruttare il nostro gruppetto. Il compagno improvvisato ci abbandona proprio sul più bello quando la salita inizia a inasprirsi, evidentemente ha terminato il suo giro: buena suerte! Ne abbiamo bisogno.
La prima salita di giornata ci regala uno strappo finale alla Mortirolo sul primo terreno irregolare del nostro giro. Maledetto Matteo che ci ha fatto passare di qui. Però la discesa che segue è di quelle che vorresti non finissero mai. Forse la più memorabile per curve e qualità dell’asfalto, l’unico timore è di surriscaldare i freni, per dire ovviamente…
Attraversiamo delle bellissime terre colorate dove le auto si fermano per scattare foto e ricordi. Noi abbiamo “furia” per cui proseguiamo fino in cima alla seconda salita di giornata dove registriamo solo 1.500m di dislivello, ne mancano ancora più di 2.000! In fondo all’ennesima discesa ci fermiamo all’ultimo punto di rifornimento prima della cima Coppi di giornata. Un supermercato dove mangiamo seduti sul marciapiede in un paesino che ricorda l’entroterra messicano con personaggi usciti da una serie dei narcos e avventori che lasciano l’auto accesa con la musica che riempie la strada di allegria e vita.
Quello che segue è il tratto che più di ogni altro mi ha sorpreso per durezza. Una gola profonda si inerpica tra le montagne all’interno di Gran Canaria. Inizialmente con un sali e scendi impervio per le pendenze sia in salita sia in discesa. Arriviamo a una diga dove ci raggruppiamo per ripartire, pensando che il più sia alle spalle, invece il tratto più duro sta per cominciare.
12 km al 7% medio con punte del 14% sotto un sole caldo quasi estivo. L’unico sollievo sono i tornanti che concedono alle gambe di prendere una pausa tra un tiro e l’altro. Ci sorpassano professionisti che viaggiano a velocità simili a quelle di motorini, impressionante. Si fa in me la consapevolezza di non sapere leggere sulla carta cosa mi aspetta nella realtà. Avevo previsto di riuscire a pedalare con tranquillità su queste strade, ma qui siamo a un livello superiore, come essere sulle Alpi dove la salita non ti dà tregua per chilometri. Tutto inaspettato con nelle gambe già centinaia di chilometri e migliaia di metri di dislivello.
Finalmente si scollina e ancora una volta le Canarie ci sorprendono regalandoci nuovi scorci, nuovi panorami e nuove strade su cui pedalare. In cima ci fermiamo in un benzinaio da cui arrivano continuamente urla di gente che sembra discutere come nei migliori film messicani, purtroppo non entro a scoprire cosa stia succedendo ma mangiamo qualche barretta, panino, banana e beviamo coca per caricarci dell’ultima benzina prima di arrivare al porto. L’ETA pare essere ancora dalla nostra parte: ce la dovremmo fare, manca ancora una salita che sembra di quelle non impossibili e poi in picchiata verso il porto.
E così è. Saliamo di nuovo in un bosco che ci ricorda le vette alpine e in effetti arriviamo a 1.600 metri di quota non prima di pedalare insieme per 6 chilometri in quello che mi aspettavo essere la normalità di queste strade. Saliamo al 4/5% riuscendo a parlare tra noi e in qualche tratto anche a cantare strofe di canzoni che ci ricordano altri tempi.
Ci vestiamo con i piumini che ci siamo portati proprio per questo tipo di condizioni: ci sono 10 gradi e stiamo per partire per una discesa infinita verso il mare, sudati e indeboliti dai chilometri di giornata. E in effetti la discesa non sembra finire mai. Passiamo tra diversi paesini di montagna, strade in cui una coppia ci regala uno scorcio della loro intimità per i social network, in cui piano piano le nostre luci prendono vigore perché il sole sta tramontando. Arriviamo sulla barca che ci porterà a Tenerife senza nessun tipo di preoccupazione. Ce l’abbiamo fatta, questa notte dormiremo a Santa Cruz di Tenerife.
Ma la tappa di oggi ha lasciato il segno: siamo stanchi, sono stanco e quindi nervoso. Ci addormentiamo anche grazie alle onde che ci cullano lungo il tragitto. Non riusciamo a mangiare prima di arrivare in albergo e decidiamo di non coricarci con lo stomaco pieno, scelta non ottimale perchè domani avremo il Teide e il pensiero di altri 3.500m di dislivello senza benzina non mi lascia sereno. Di nuovo dovremo alzarci prima dell’alba perchè l’ETA del giorno dopo non lascia spazio a molte alternative: arrivare a prendere il traghetto per La Gomera, ultima tappa della nostra GranGuanche.
Sveglia alle 5 e tappa al forno proprio fuori al nostro albergo, dove ci rifacciamo di quello che non abbiamo mangiato la sera prima, tra dolci, panini, brioche e caffè che ci consentono di fare il carico almeno per chiudere la prima parte della giornata.
L’alimentazione in questo tipo di eventi non deve essere presa sottogamba. Consumiamo circa 5/6000 calorie in sella e non può essere un’opzione quella di arrivare ad avere una crisi di fame, perché metterebbe a rischio di arrivare a destinazione in tempo, nel rispetto dell’ETA che ci siamo dati. Elemento che ha i suoi lati positivi, perchè tutte le inibizioni che ci hanno portato a perdere peso, qui svaniscono e nel rispetto della digestione non ci tiriamo indietro di fronte a qualsiasi tipo di carico calorico.
Dopo una pedalata lungo la ciclabile di Santa Cruz, inizia una delle salite più spettacolari che le Canarie ci hanno regalato, forse l’avrò già scritto, ma questa è la sensazione che condividiamo tra noi su quella strada meravigliosa. Di nuovo pendenze impegnative, ma non impossibili, e una vegetazione che rende il contesto simile a un film di Jurassic Park: aspettiamo che da un momento all’altro un t-rex ci sbarri la strada per ricordarci che non siamo i padroni di questo paradiso.
Vegetazione lussureggiante, immersa nelle nuvole e nell’umidità che piano piano sta svanendo grazie ai raggi del sole che si sta alzando all’orizzonte. Ci fermiamo in 3 sull’ultima curva prima di un mangia e bevi infinito, di Giovanni si sono perse le tracce. Restiamo a bocca aperta di fronte a quest’alba giurassica. Il serpente di strade che abbiamo percorso è incastonato perfettamente in questa valle smeraldo. Tutto mi sarei immaginato ma non di assistere a questo spettacolo a Tenerife, nelle Canarie, dopo 3 giorni sui pedali. No non stiamo pedalando da 10 giorni…
La discesa verso San Cristobal de la Laguna, ci regala freddo e pioggia, la prima e unica di questi incredibili giornate. Uno scroscio potente ma breve, che però ci sorprende anche nell’abbigliamento. Decidiamo di fermarci saggiamente in un bar per aspettare il sole e per prendere qualcosa di caldo. Bubo trema dal freddo e io lo seguo, ma grazie a due the bollenti e una nuova colazione ritorniamo rinfrancati e pronti per… il Teide. Il giro disegnato da Matteo ci riporta sostanzialmente al punto di partenza, solamente traslato verso il centro dell’isola.
Da qui parte una salita infinita di 40km e circa 2k metri di dislivello verso la caldera del vulcano. Prossima tappa il supermercato dove ci riempiamo di cibo per questo mostro che ci attende di fronte a noi.
La partenza non è delle più rassicuranti: una rampa al 7/8% lunga e trafficata che ci ricorda una delle peggiori salite della nostra zona, il Ceneri. Per chi non lo conoscesse non c’è nulla da aggiungere, meglio così. Per gli altri vale lo stesso. Ma di nuovo salendo il traffico si dirada, la vegetazione cambia e la salita si addolcisce ma non di tanto.
Il Teide da questo lato è una salita costante priva sostanzialmente di tornanti che non ti dà tregua, soprattutto con tutti quei chilometri nelle gambe. Sento il peso della bicicletta, carica di borse per permetterci di affrontare il percorso e la notte. Bagaglio che seppur all’osso, quando sali con così tanto dislivello fa veramente la differenza. Bevo e mangio per essere sicuro di non scoppiare. Ci fermiamo un paio di volte con Bubo per fiatare e chiacchierare. Alla seconda pausa, alzando gli occhi ci si apre davanti il vulcano con tutta la sua maestosità. Sotto scorgiamo le nuvole che questa mattina ci hanno regalato la spruzzata gelida. Il cielo sopra è terso come solo sopra una certa quota lo si può apprezzare, con l’aria fine che ci ricorda che stiamo salendo verso quote importanti.
Prima di arrivare alla vetta, superiamo un tratto di tornanti dove attendono dei turisti con il parapendio in attesa del vento giusto. Sembrava di essere arrivati già da qualche chilometro ma non è così. La stessa sensazione di quando arrivi alla casa Cantonale dell’Umbrail sullo Stelvio e pensi di essere arrivato, mentre mancano ancora 3 km di sofferenza per arrivare al passo.
La fine della salita regala la vista sul Teide e una discesa rettilinea verso il ristorante di giornata. Sono l’ultimo e quindi mi immagino di non avere molto tempo per il mio pranzo. Giovanni me lo ricorda con il suo tocco gentile che lo contraddistingue. L’ETA non aspetta. Attorno a noi Charlie e Rapha man partono verso le prossime salite. Muoviamoci, non possiamo perdere l’ultimo traghetto di giornata e se anche loro sono partiti… Nervuus.
Da qui parte una gara contro il tempo per arrivare alle 18 a prendere l’ultimo traghetto per la Gomera. Su un lungo tratto in piano ci mettiamo a tirare a turno e proprio quando Jan servirebbe con le sue gambe, restiamo in tre a cercare di tenere un ritmo alto anche contro vento, dove diavolo sarà fino quello là? Ovviamente rispunta quando ormai non serve più al treno veloce a cui puntavamo.
Jan cerca di scattare qualche foto, ma Giovanni non risparmia neanche lui: siamo a rischio di perdere il traghetto per minuti, non possiamo perdere tempo. Riparte al volo ma si dimentica un pezzo della videocamera, non benissimo. E di nuovo siamo in picchiata verso un nuovo porto. Ci copriamo, ma mi pento di non averlo fatto meglio. Di nuovo dobbiamo scendere questa volta dai 2.000 metri della caldera del Teide fino a livello del mare. La strada di nuovo ci regala velocità alte in tutta sicurezza e quindi il freddo diventa pungente. Superiamo nell’ordine Charlie e RaphaMan che si fermano a un incrocio dopo aver bucato le nuvole che coprono la valle. Passiamo dal sole caldo, al cielo coperto e freddo con di nuovo qualche goccia che lascia la strada bagnata. Decido di fermarmi a mettere i gambali e vedo passare i miei 3 compagni di viaggio. Riparto e non senza timore affronto altri 1.000 metri di dislivello consapevole che qualsiasi problema mi fosse capitato l’avrei dovuto risolvere da solo e nei tempi giusti.
Nonostante i miei timori, arrivo al centro abitato, con il Garmin che perde la traccia senza alcuna ragione, mai successo prima: proprio adesso che davanti si aprono una serie di incroci? Finalmente scorgo le luci rosse che lampeggiano davanti a me. Anche questa volta arriviamo senza troppi problemi, in tempo per prendere i biglietti e assistere anche all’arrivo dei nostri compagni di pedalata che avevamo staccato in discesa. Anche oggi perdiamo il traghetto domani.
Di nuovo sul traghetto la stanchezza si fa sentire. Abbiamo appena affrontato il Teide. Scopriamo che il nostro albergo dista 5 chilometri dal porto. Troppi. Provo a chiedere il transfer che ovviamente mi viene negato. Pedaliamo con Charlie che ci racconta di essere inglese di Londra, di lavorare nel marketing e che ha gran voglia di pedalare con noi il giorno dopo. Spiace ma non possiamo rompere gli equilibri. Grazie ma anche no.
Proviamo a spostare le nostre sistemazioni per non dover correre a prendere il traghetto il giorno dopo entro le 17 per spostarci verso Tenerife per gli ultimi due giorni: abbiamo guadagnato un giorno completo di relax! Ma alla fine di nuovo tutti d’accordo che sia meglio alzarsi presto e garantirci l’ETA per l’ultimo traghetto di giornata.
Ceniamo a buffet in albergo, dove diamo spettacolo. Giovanni viene rimbalzato al ristorante perché si presenta senza scarpe: i dettagli del bikepacking, che evidentemente il capo sala non conosce. Noi ci buttiamo sul buffet con piatti che sembrano quelli dei vecchi film di Bud Spencer, mancano i fagioli ma per il resto c’è tutto: lasagne, pasta, riso, pesce, carne, salumi, frutta, dolci, pane, non ci fermiamo più. Solo Giovanni tentenna di fronte a una massa di salmone che evidentemente era già troppo in partenza, nemmeno Bud sarebbe riuscito nell’impresa…
L’albergo ci garantisce la colazione alle 6:30 di cui approfittiamo. Partiamo ancora una volta prima dell’alba, svegliando gli ospiti dell’albergo con le nostre pompe elettriche che all’unisono gonfiano gli pneumatici, al buio prima di uscire in strada verso la prima salita di giornata.
Ancora una volta le Canarie ci sorprendono con le luci e i colori della natura che ricopre queste terre che pensavamo aride. La prima salita ci porta a 800 metri dolcemente senza strappi a un buon ritmo, per poi partire verso l’ennesima discesa velocissima. La seconda salita che risulta essere la più lunga con 1.200 metri di dislivello è infinita. Forse anche noiosa nella sua prima parte: sarà la stanchezza e l’abitudine al bello, ma abbiamo visto di meglio. L’ultima parte mi sorprende per la sua durezza. Entriamo in un bosco freddo, dove alcuni operai stanno scavando la strada che così risulta sporca e rovinata. Un altro bosco in un tratto di mangia e bevi diventa ancora più freddo, in fondo siamo ancora all’inizio di questa lunga giornata. Verso una delle ultime rampe ecco che però il sole fa capolino tra i rami degli alberi, ricordandomi quanto sia bello sentirlo sulla pelle quando si è stanchi e fradici di sudore.
La salita termina con un’uscita repentina verso una strada più importante. Scendiamo stanchi verso quello che mi auguro sia una lunga pausa ristoratrice. Siamo ampiamente in anticipo rispetto all’ETA di giornata e mancano 1.000 metri di dislivello al traguardo, oltre a una cinquantina di chilometri.
Ci raggruppiamo in un paesino lasciando passare alcuni bar imperdibili… La scelta è caduta su un bar con supermercato annesso, con una piazza attrezzata per quello che sarà l’ultimo rifornimento della nostra GranGuanche. Ci sfilano alcuni dei nostri compagni di viaggio, incontrati in alberghi o su traghetti nei giorni scorsi. Poco importa, ripartiamo quando ne abbiamo voglia.
Al termine della discesa scopriamo che Bubo ha un problema con la catena, problema che non gli impedisce di arrivare da noi e che velocemente risolviamo. L’unico piccolo inconveniente meccanico in 750 Km di percorso, non un caso. Partiamo verso la fine, con le gambe stanche e un caldo estivo che stringe i caschi sulle nostre teste.
Maledetto dislivello, maledette pendenze che non riesco mai a interpretare. Anche questa volta quella che immaginavo essere un’ultima passeggiata, diventa sofferenza.
Un muro al 14% di 500 metri quasi al termine di questi 10 chilometri di salita, tagliano le gambe a tutti, anche ai migliori che poi commenteranno questa botta finale. Davanti a me, un inglese smonta dalla bici e se la fa a piedi, io resisto a fatica con qualche zig zag per alleviare il peso dalle gambe. Scolliniamo ma mancano ancora 4 chilometri all’ultimo e finale passo. Lo vedo sull’altro versante della montagna. Inizio a emozionarmi al pensiero di avercela fatta. Grido in questa montagna che credo accolga solo me ormai. Mi emoziono quando finalmente lascio andare la bici per superare gli ultimi metri di falsopiano verso lo scollinamento. Mi fermo a scattare qualche foto.
E’ fatta.
Scendiamo con il vento che cerca di dirottare le nostre traiettorie verso l’arrivo. Abbiamo tanto tempo prima del traghetto delle 17. Non so di preciso dove andare, seguo la traccia che finisce nel nulla. Mi fermo, mi giro e vedo tutti i nostri compagni di viaggio, ma soprattutto Gian e Giovanni che si sbracciano. Arriva anche Bubo. Ce l’abbiamo fatta. Il bar esplode in un applauso per celebrare il nostro arrivo, brividi. Di fronte a noi tanti compagni che abbiamo incontrato nei giorni scorsi sulle strade e sui traghetti. Noi 4 ci abbracciamo e celebriamo finalmente con un paio di birre e altrettanti hamburger la conclusione di questa avventura. Due birre che non bevevo da mesi e che mi porteranno a comprare i biglietti del traghetto delle 17:30, sbagliando clamorosamente l’orario per l’abilità della cassiera che evita di menzionare il traghetto delle 17 della compagnia concorrente. Nulla di male: la furia ora si è spenta, abbiamo davanti un paio di giorni di relax per riprenderci dagli sforzi di questa incredibile e impegnativa GranGuanche.
Come per tutti i viaggi si fa largo la consapevolezza che nonostante la felicità per essere arrivati al traguardo, cosa per me assolutamente non scontata, siamo al capolinea di un’avventura che ha scandito i tempi degli ultimi mesi delle nostre vite. Pianificazioni, discussioni, timori, valutazioni tutte finalizzate a portarci su questo traghetto che sostanzialmente rappresenta l’inizio del nostro rientro a casa.
Scrivo queste righe più per non dimenticare il nostro percorso e la nostra avventura su queste isole meravigliose. Un percorso nato diversi anni fa con una Como – Bormio con le prime borse importanti agganciate al telaio della bici e che ci ha portato alla fine a respirare salsedine e a toccare la vetta del Teide. Non so se riusciremo di nuovo a pedalare su strade altrettanto belle e con una sintonia che mi sorprende ancora nonostante spesso la ritenga scontata.
Sono però sicuro che anche questa volta ci siamo sorpresi di come abbiamo reagito di fronte a un evento che ci ha portato al limite fisicamente e psicologicamente. Quando tra qualche mese ripenserò a questi giorni, non ricorderò tanto la fatica o le salite interminabili, ma le luci all’alba nel buio di Lanzarote, le risate davanti alla paella persa per salvare Eva, il silenzio assordante dei crateri vulcanici e il buffet alla Gomera. 750 chilometri e 17.000 metri dopo, con le borse piene di bananitos e frutta secca, i panini stopposi e i dolcetti riparatori. Abbiamo attraversato cinque isole, mangiato su marciapiedi che neanche a Caracas, corso contro l’ETA e scoperto che il nostro limite è sempre un po’ più in là di dove pensavamo. Bellissimo.






































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