Lo Stelvio è sempre lo Stelvio. Che lo si faccia da Bormio, da Prato o dalla Svizzera i panorami e l’aria cristallina che ci sono in cima sono unici, il Re è sempre lui.

La differenza più che un versante o l’altro la fanno la chiusura della strada al traffico e la stagione.

Con le strade aperte al traffico, ormai è diventato impossibile salire in bici, a meno che si salga in mtb per le vecchie mulattiere militari o quando son tutti davanti alla tele per una partita della nazionale.

E ancor di più la differenza la fa la stagione: salire d’estate tra il verde dei prati estivi è una cosa che ogni ciclista dovrebbe fare almeno una volta nella vita; salire a fine primavera tra due muri di neve è un’emozione che chiunque dovrebbe provare almeno una volta nella vita, anche in macchina o in moto se proprio con la bici non ci azzecca.

Quindi,  se fai due più due il risultato è la Stelvio Santini – l’unica possibilità di salire con le strade chiuse e tra due muri di neve -, a patto che uno sappia cosa va a fare.

Il lungo è durissimo (il “finto Mortirolo” – non quello classico dell’epoca di Pantani, ma quello del giro di Hesjiedal per intenderci – è più duro di quello vero), probabilmente la GF più dura in Italia, perfetta per chi cerca sempre di spostare il suo limite o è allenatissimo.

Io che ho passato da tempo la fase del “vediamo se riesco a farlo” non ci ho pensato neppure un momento; sono qui solo per godermi al 100% quegli ultimi 3-4 km dello Stelvio tra due muri di neve, quelli che da mesi ho tenuto sotto controllo tramite webcam per tentare di capire se anche quest’anno ci fossero i muri di neve della prima edizione (vedi foto sopra), non ho nessuna intenzione di rovinarmeli lasciando l’anima e la voglia di pedalare sul Mortirolo, che sarà anche bello ma mai quanto lo Stelvio bianco di neve.

E visto che negli ultimi due mesi le uniche ripetute che ho fatto sono state quelle del cambio pannolino della mia meravigliosa bimba, che lo scenario più probabile al rientro a casa dopo il taglio del traguardo è quello di mia moglie che mi accoglie dicendomi “sono stremata, adesso prendila un po’ tu che te ne sei andato in giro in bici tutto il giorno” e che ogni anno che passa la quota a cui inizio a rantolare per la mancanza di ossigeno si abbassa di 100 mt. (quest’anno è arrivata ai 2.300 mt., neanche il piano del Braulio mi son potuto godere in pace!) il dubbio era semmai tra il medio (133 km e oltre 3.200 D+, con lo Stelvio che sostanzialmente parte da Tirano, che sarà anche un medio ma è molto più duro del 90% dei lunghi di altre GF) ed un poco onorevole ma molto ragionevole corto, che mi avrebbe fatto perdere le pedalate nel fondo valle tra i vigneti (belle, molto più di quanto mi aspettassi), ma mi avrebbe fatto risparmiare energie in vista degli ultimi km dello Stelvio e del rientro a casa.

Alla fine, ha vinto il medio, nonostante la salita a Teglio e l’ancor più temuta risalita da Tirano a Bormio.

Se sia stata la scelta sbagliata o meno non lo so. Di certo la salita a Teglio è una delle più bastarde che abbia mai fatto; non fidatevi della media all’8%, è un’alternanza di strappi anche oltre il 15% e pianetti,  per di più fatta all’inizio, quando l’unico obiettivo sensato è risparmiare le forze per quel che viene dopo (e farlo sugli strappi al 15 % non è per niente semplice); su queste salite è solo vedere che anche gli altri fanno la tua stessa fatica che ti calma un po’ e anche questa volta me la sono cavata grazie al male altrui.

Il peggio però è dopo, da Tirano a Bormio, quei 40 km di salita che non sembra salita (ma lo è, si sale di 700 mt. anche se su quei rettilineoni lunghi e dritti non sembra), dove sai benissimo che se rimani solo sei finito e che se fai quel minimo sforzo in più per tenere le ruote del gruppo è anche peggio. Una volta tanto, però, la fortuna ha guardato giù; all’ingresso di Tirano mi son trovato in un gruppo con Alessandro Vanotti (mitico gregarione di Basso e Nibali, a memoria almeno 3 giri vinti da gregario) ed Eugenio Alafaci (pro della Trek Segafredo), due tronchi d’uomo che uno di fianco all’altro portano via più aria di un bus e pedalano belli regolari, che mi hanno portato in carrozza fino a Bormio, ovviamente non perchè mi sia trasformato in Ivan Basso, ma perchè Vanotti era lì a fare public relations con gli ospiti Santini e Alafaci per amor di compagnia pedalava cazzeggiando con il cellulare (niente di più facile che visto il nostro passo ne abbia approfittato per riorganizzare le playlist sul telefono e rispondere a qualche What’s up rimasto indietro).

Insomma, fino a Bormio tutto bene, poi lo Stelvio, senza macchine, in silenzio, con il solo rumore delle bici e il fiatone dei ciclisti, per di più facendo i primi chilometri parlando con Vanotti, come se anch’io potessi permettermi il lusso di fare il chiacchierone sullo Stelvio, finchè lui non è rimasto indietro a parlare con un altro ed io ero talmente cotto che non riuscivo neanche a rallentare per aspettarli; e da quel momento, sono rimasto io con il mio conto alla rovescia, sono arrivati i Bagni Vecchi, i primi tornanti, le gallerie (sia quelle bellissime scavate nella roccia sia quelle anonime in cemento), il primo sospiro di sollievo dopo il tornante mancante (per chi non lo sapesse, la leggenda narra che quando la strada è stata costruita un pirla di capomastro abbia sbagliato a contare i tornanti disegnati sulla mappa per arrivare dove ora c’è la centrale elettrica ed abbia tirato un drittone al 14% dove erano previsti due bei tornanti al 6% .. ora sapete chi ringraziare!), il piano del Braulio e il bivio con l’Umbrail, che pur essendo l’inizio del tratto peggiore mi ha sempre dato la sensazione di avercela fatta (dopotutto da lì mancano solo gli ultimi 3 km). E infatti, mettendo la prima, anche questa volta in cima ci sono arrivato, godendomi si e no il paesaggio.

Anche se in cima di neve ce n’era molto meno di quanto il passaggio di Burian mi avesse fatto sperare, lo Stelvio è sempre lo Stelvio; forse con il corto me lo sarei goduto di più, ma anche così è una meraviglia, 20 km che da soli giustificano una granfondo e – con le celebrazioni post gara a base di sciatt, pizzoccheri e sorbetti al Braulio – un intero week end.

Unica nota dolente: 133 km, 6 ore in bici e neanche una scritta “Forza papà”; niente paghetta questo mese alla mia bimba!

NOTE PRATICHE:

3 percorsi: lungo da 148 km e 4.300 D+, medio da 133 km e 3.200 D+, corto da 60 km e 2.000 D+, in tutti i casi oltre il rientro a Bormio (altri 22 km, tutti in discesa).

3.000 partecipanti da 46 nazioni (bello!), di cui 1760 stranieri; il percorso più gettonato, contro ogni mia previsione, è stato il lungo (1.800 circa, i miei complimenti a tutti).

Organizzazione perfetta per controllo del traffico e ristori (e credo anche per assistenza meccanica, che sembrava seria, di cui grazie a Dio non ho avuto bisogno).

 

Qui il link all’attività su Strava e qui quello al Relive.

Per questa granfondo ho usato:

Bici Hersh Speedrace montata con Campagnolo Record, ruote Bore One 35, copertoncini Vittoria Corsa Graphene.

Abbigliamento Bklk by Dotout (in vendita qui), calze The Wonderful Socks modello Bagni Fausto, casco Catlike, occhiali Oakley.

Foto di Bklk, Luigi Sestili e Foto Studio3

 

Posted by Simo

Sono Simone Frassi, comasco, avvocato civilista, viaggiatore (www.2wd.it), delle bici mi piace tutto, l'allenamento duro, le passeggiate senza fretta con gli amici, l'oretta in pausa pranzo, gli assalti ai miei PR su Strava, le chiacchierate in sella, la ricerca di strade nuove, le gare dei pro, le nuove tendenze di stile, le gite in mtb, l'esplorazione delle città in bici; le uniche cose che non sopporto sono l'agonismo di chi alle GF è pronto a tutto per guadagnare la posizione in classifica che gli consentirà di arrivare 3.000mo e (pur rendendomi conto benissimo che non sono fatti miei) la mancanza di ispirazione chi fa sempre lo stesso giro, come un criceto sulla una ruota (salvo che si tratti di girare a 40 km/h sul circuito di Monza). Email: simo@bklk.it Strava: https://www.strava.com/athletes/807017

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