Ho visto amici avere gli occhi lucidi e la voce rotta dopo il 5 maggio di qualche anno fa. Ho visto amici prendere ansiolitici perchè gara 7 nei playoff è troppo. Ho visto amici non dormire la notte perchè il giorno dopo è il giorno al quale è mesi che ci pensi.
Mi sono visto allenarmi per mesi (forse settimane), stare attento all’alimentazione per settimane (forse giorni), per poi ammalarmi esattamente 7giorni7 prima della novecolli, la MIA granfondo con la quale ho un evidente sindrome di Stoccolma.

Succede che da quel maledetto weekend di maggio mi porto dietro settimane di malavoglia, non aiutato da un giugno torrido, che mi fa perdere completamente quel poco di gamba che avevo costruito. Succede che però il nostro fitto calendario manco fossimo dei pro (leggi sotto) prevede la granfondo del Mont Ventoux, e due settimane dopo l’Etape du Tour. Mentre mi salvo in corner sulla prima con il “corto”, l’Etape non prevede scorciatoie, perlomeno ufficialmente.
Ed è qui che mi rendo conto che, alla fine, stiamo parlando di una passione, di un hobby, di uno svago. E come tale deve essere trattato, senza che vada troppo oltre, che diventi la fonte di stress di cui sopra.
Va bene fare la giusta fatica, che è l’essenza del ciclismo, ma senza andare oltre i propri limiti. Limiti oltre i quali non è più sofferenza, ma agonia.

Liberatomi dal fardello di un chilometraggio (180+20) che in questo momento non mi appartiene, combatto tra il partire e ritirarmi quando non ne ho più, e prendermela comoda e fare “solo” l’Izoard.
Decido per questa seconda opzione, perché la prima escluderebbe la scalata della vera attrazione di giornata, la cui coccarda voglio apporre nella lista delle cime violate. Trai tanti piccioni che vado a prendere con questa fava, c’è anche quello di svegliarmi con calma (alle 10), girandomi dall’altra parte quando Max e Simo alle 6 si preparano con le loro bici Basso tirate a lucido.
Quattro ore dopo, la colazione che mi aspetta sarà in totale solitudine, abbandonato da un hotel che pulsava al ritmo dell’Etape fino a poche ore prima.

Percorro i 30 km che mi separano dall’attacco dello spauracchio di giornata, usufruendo delle strade ancora sostanzialmente chiuse, per immettermi sul percorso di gara esattamente quando i primi, con nelle gambe 150 km attaccheranno la salita. Timido, ma forte del numero comunque sul mio manubrio, mi infilo su un percorso che vede sfrecciare dei semi pro a velocità inumane.
Sebbene la mia stazza sia poco credibile, vengo evidentemente scambiato per uno di loro andato in crisi, e il tifo che mi viene riservato è da stadio.
Pedalo due km e mi fermo la ristoro a 30 km dall’arrivo, unico a prenderlo con calma olimpica tra ciclisti in piena garra che tentano improbabili ristori volanti.
I primi 15 dell’Izoard sono un lungo falsopiano al 2-3% con vento a favore dove riesco a tenere per qualche minuto la scia di gruppi che mi trascinano a poco meno di 30 all’ora in salita, e la sensazione è obiettivamente incredibile.
Il vero Izoard deve però ancora cominciare, ed è il ristoro a 9 km dall’arrivo a fare da spartiacque verso le pendenze vere. Il rettilineo che ci aspetta all’uscita dell’ultimo stop è un pugno allo stomaco, mitigato dalla folla oceanica di tutti quei camperisti già li per la tappa del giovedì. Qualche bottiglia rovesciata addosso e anche il caldo diventa gestibile.

Gestisco un ritmo di assoluta conserva e arrivo alla discesina a 2 km dall’arrivo, dopo la quale c’è l’ultima interminabile fatica. Tiro i remi in barca e anche qualcosa di più e mi trascino al traguardo, comunque provato per i 1700 metri di dislivello, che non sono cosa da tutti i giorni.

L’arrivo in vetta e lo spegnimento del cronometro non escludono un secondo traguardo per i fotografi, dopo una discesa stupenda per panorami, chiusura al traffico e asfalto. Li consumo il mio ormai tradizionale rito dell’arrivo a braccia alzate, tra una pioggia di coriandoli gialloneri che nemmeno Klopp ha mai visto in carriera.

Come ultimo piccione, mi godo una doccia, una pennichella, l’immancabile panino-birra e una gita al villaggio in mezzo a quelli forti che hanno già finito.
Vedrò con soddisfazione arrivare ciclisti con il buio, che magari se la sono presa con calma, ma hanno lasciato comunque troppo spazio al loro hobby.
Per l’Etape eravamo vestiti da Dotout e The Wonderful socks. Il casco Catlike e gli occhiali Bolle. Immancabili i copertoncini in Grafene Vittoria


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