Un invito della BMC per provare la nuova Road Machine con Cadel Evans è qualcosa a cui difficilmente si può dire di no.
Nel mo caso, per la verità, non tanto per la prova della bici – dopo aver orgogliosamente comprato solo 6 mesi fa una Hersh, l’ultima cosa che voglio è salire su una bici che mi faccia sentire la mia un chiodo – quanto per la curiosità di pedalare con un campione del livello di Cadel Evans.
Quindi, si parte per Torino, direzione Museo della Montagna, dove BMC ha allestito un quartier generale con una bella esposizione delle sue bici.
Cadel Evans arriva puntuale, in forma perfetta come quando correva in bici; fa le presentazioni e ci da le dritte del caso … “non è una gara, siamo qui per fare una passeggiata e provare la bici, quindi andiamo PIANO”.
Non ne dubitavo … mi chiedo però se il mio forte sia abbastanza veloce per il suo piano.
Come immaginavo, la risposta negativa, più ancora che in salita, arriva nelle 4 curve in discesa verso il lungo Po; lui danza tra curve, rondò, rattoppi nell’asfalto e dossi di rallentamento con la grazia di un ballerino, io lo inseguo da lontano con uno stile che in confronto al suo mi ricorda l’affanno di Fantozzi lanciato all’inseguimento della sig.na Silvani; non c’è niente da fare, come avevo già notato in altri casi in pianura noi amatori possiamo tenere la ruota di un professionista anche per chilometri (se non spinge, ovviamente), in salita stringendo i denti possiamo seguirlo per 1-2 chilometri, ma in discesa non resistiamo più di due curve dietro a un pro neanche se scende guidando con una mano sola.
Fortunatamente la discesa è corta e il semaforo rosso in fondo risolve ogni problema; ma poi comincia la salita per Superga, sulla quale Cadel Evans si raccomanda di salire piano e mi affianca per sapere le mie prime impressioni sulla bici, darmi qualche consiglio e fare quattro chiacchiere.
Passando dall’inglese, in cui lo “you” risolve ogni problema, all’italiano, mi accorgo che mentre io mi attengo alla regola che in bici ci si da tutti del “tu”, lui mi da del “lei”; tra il senso di colpa e l’imbarazzo, mi permetto di farglielo notare … va bene che ho qualche anno in più (giusto 3 o 4 e – almeno prima di corrergli dietro in bici con 38 °C all’ombra – non
credo di portarli così male da giustificare forme di rispetto dovute ai più anziani), ma siamo in bici e qui semmai i titoli di rispetto sono il suo palmares da Campione del Mondo contro il mio da oratorio … se volessimo usare forme di rispetto, dovrei semmai essere io a dargli del Voi.
Passati al tu, andando “piano” anche in salita (con il senno di Strava, oltre 17 km/h di media su 5 km al 6 %), Cadel Evans chiacchiera di ciclismo a 360 gradi – dalla tecnica, ai test dei materiali in Valle di Muggio, all’orgoglio per le prime pedalate del figlioletto – con un’umiltà incredibile; se mi fosse capitato di sentir parlare lui e qualche pedalatore della domenica senza sapere chi fosse l’uno e chi l’altro, avrei pensato che il fenomeno da bar abbia vinto un Tour mentre Evans faccia fatica a finire la 9 Colli !
Sarà che siamo vittime del nostro punto di vista di tifosi, abituati a vedere i campioni come esseri di un altro pianeta, ma vedere tanta umiltà, gentilezza ed attenzione per gli altri in un grande campione mi ha stupito molto; ancora mi chiedo se sia più normale che anche chi ha provato emozioni che noi comuni mortali possiamo solo immaginare (ad esempio quella di salire all’Alpe d’Huez tra due muri di folla o fare in Campi Elisi in giallo) si emozioni per le pedalate del figlio come un qualsiasi papà che passa le sue giornate ad annoiarsi in ufficio oppure che l’intensità delle emozioni provate nella sua carriera “sminuiscano” quelle della vita di tutti i giorni (domanda forse troppo difficile per me, ci vorrebbe uno psicologo).
Intanto, tornando alla nostra pedalata, proseguiamo per Superga lungo la strada panoramica e, chiacchiera dopo chiacchiera, sull’ultimo strappo ho la sensazione che anche lui abbia un minimo di fiatone mentre mi racconta dei suoi test in Val di Muggio … piccola soddisfazione personale.
Nel complesso, un incontro bellissimo ed un’esperienza altrettanto bella.
Infine, due note sulla BMC Road Machine nell’allestimento provato (ruote 3T Orbis e Ultegra Di2)
Bellezza a parte, è impressionante come la bici scarichi sull’asfalto ogni forza data ai pedali, ma, contemporaneamente, non trasmetta al ciclista le vibrazioni dell’asfalto … insomma, rigida quando deve convertire la forza applicata sui pedali in velocità, morbida quando deve assorbire le vibrazioni.
Altrettanto impressionante è la facilità di frenata dei dischi, che non avevo mai provato.
A sensazione, lo spazio di frenata è certamente molto più ridotto; la vera differenza comunque è nella facilità con cui si può modulare la frenata in ogni fase, il che consente anche di correggere in curva eventuali errori di traiettoria (leggasi maggiore sicurezza).
Sul cambio elettronico, invece, rimango dell’idea che pur essendo comodissimo e precisissimo non aggiunga nulla né alle prestazioni né alla sicurezza della bici … insomma, un piccolo lusso che ci si può concedere o meno a seconda del budget.
In conclusione, la bici è senza dubbio meravigliosa; freni a disco (ed ogni innovazione che migliori la sicurezza) a parte, io continuo a dubitare che per un cicloamatore spendere € 7.000 (o € 10.000, montata con il Durace) per una bici da corsa sia una buona scelta, ma se qualcuno desse al denaro un peso diverso da quello che gli do io o avesse prestazioni tali da richiedere qualcosa in più di quello che chiedo io ad una bici, la BMC Road Machine nell’allestimento testato sarebbe un’ottima scelta.




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