Nella mia lunga vita di lettore, non mi era mai capitato di leggere un’autobiografia senza che il narratore riuscisse a farmi comprendere i motivi e le sofferenze delle sue scelte, per quanto discutibili. Addirittura leggendo il meraviglioso “L’Avversario” di Emanuel Carrere – storia di un tizio che ha sterminato moglie, due figli, suoceri e cognati – avevo sentito l’angoscia crescente che ha portato il protagonista a fare la strage; leggendo l’autobiografia di Tyler Hamilton – “La corsa segreta”, libro interessantissimo per capire i meccanismi del mondo del ciclismo e del “sistema Armstrong” – mi sono immedesimato in chi (si giustifica dicendo che) non ha retto la pressione di un meccanismo che gli imponeva la scelta tra il doping e l’emarginazione; idem per “il ciclista mascherato“.
Nella sua autobiografia – Bestie da Vittoria, Piemme Editore – Di Luca invece lo dice chiaramente: lui voleva vincere, a qualsiasi costo e senza il minimo scrupolo di coscienza. Fin da quando era ragazzino è cresciuto pensando che non appena lo sviluppo del suo fisico gli avesse consentito di doparsi massimizzando l’effetto del doping, lo avrebbe fatto per diventare il numero uno.
Rimorsi ? Scrupoli di coscienza ? Nessuno, Di Luca dice chiaramente ed orgogliosamente di non essere pentito e che sarebbe pronto a rifarlo se tornasse indietro. Dobbiamo quindi apprezzare l’onestà e la franchezza? Neppure questo !
Di Luca ammette di aver preso EPO (per il quale è peraltro già stato trovato positivo due volte, per cui non è una gran confessione) e parla di ormone della crescita, ma – guarda caso – nei capitoli che riguardano le sue vittorie principali non c’è nessun riferimento al doping. 
Anzi, si difende strenuamente dall’accusa di manipolazione del test antidoping durante il giro vinto (pare che durante un test antidoping fatto dopo la tappa dello Zoncolan le sue urine fossero più simili ad acqua di sorgente che ad urina umana); dobbiamo quindi credere che quando si dopava perdeva e quando ha smesso di doparsi ha iniziato a vincere ? Oppure che la sua confessione non è in realtà una confessione ?
Il punto più irritante è forse proprio questo; perchè un personaggio nella sua posizione ha scritto libro ?
Questo libro non è una confessione, se non parziale; non è neppure un’accusa a persone che lo hanno costretto o aiutato a doparsi (anzi, il suo medico viene descritto come un secondo padre); non è in alcun modo utile nella battaglia anti-doping (non vengono descritti i meccanismi di approvvigionamento delle sostanze).
Questo libro sembra essere stato scritto (probabilmente perchè ha bisogno di soldi e) per giustificarsi dalle sue sconfitte: al mondiale di Plouay ho perso perchè la Colnago ha pagato i polacchi per venirmi a prendere quand’ero in fuga (a memoria, mi sembra peraltro che nella fuga fosse in evidente difficoltà e che i polacchi siano poi arrivati terzi), all’altro mondiale sono stato boicottato dalla Mapei, all’altro ancora Ballerini mi ha fatto fare il gregario anche se ero il più forte ed al controllo antidoping sono stato preso non per colpa mia, ma perchè mi hanno dato informazioni sbagliate sull’emivita (cioè sul tempo entro cui il farmaco lascia tracce nel sangue o nelle urine) dei farmaci … di fronte a un controllo anti-doping positivo, Di Luca è evidentemente più interessato a convincerci che è stato beccato perchè non sapeva che i sistemi antidoping erano diventati più sofisticati piuttosto che di giustificarsi di essersi dopato !
Quale comprensione si può avere per un personaggio simile ? quale attenuante morale gli si può concedere ?
La sua unica giustificazione: lo facevano tutti (ed a dimostrazione di ciò aggiunge a fine libro un’appendice con l’elenco di tutti i ciclisti squalificati per doping) non mi basta.
Che in molti si dopino, chi più e chi meno, è un sospetto giustificato anche tra di noi dall’ecatombe di corridori ai controlli antidoping; se anche fosse, resta il fatto che Di Luca è stato il primo ciclista radiato dalla Federazione (lo scrive lui, io francamente non mi sono preoccupato di controllarlo) ed il primo a cui la sua squadra ha proposto una decurtazione dello stipendio dopo aver vinto il Giro e la Liegi. Perchè a lui si e ad altri no ?
Oltre a questi primati, a Di Luca riconosco il triste record di essersi fatto biasimare ancor di più leggendo le sue memorie; quando correva i suoi atteggiamenti da fantasista del Pescara non mi sono mai piaciuti, quando è stato trovato (due volte positivo) non l’ho certo apprezzato, ora che ho letto il suo punto di vista lo disapprovo completamente.
Nella sua follia, il libro è comunque illuminante: leggendo come ragiona Di Luca, si capisce come il doping sia una piaga diffusa e imbattibile.
Non si lamentino poi i corridori se, finchè ci sarà in giro anche uno solo di loro che ragiona così, la Polizia dovesse fare delle retata alle 3 del mattino o gli ispettori anti-doping li svegliassero alle 6 per fare i test fuori gara o se non fossero liberi di andare al ristorante senza dover avvisare l’UCI …
Io sogno il giorno in cui saranno gli stessi ciclisti ad emarginare quelli di loro che non rispetteranno le regole.


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