Mai più. Inumana. A memoria ricordo queste siano state le prime parole farfugliate all’arrivo del mio primo tentativo all’inferno del Nord, mentre mi offrivano una birra che tentavo di sorseggiare controvoglia per provare ad invertire una spirale di malessere che per settimane ricordo essermi rimasta addosso.

Con il mio bel bagaglietto d’esperienza esco quest’anno dall’inferno del nord con la voglia di parlarne già subito. Nonostante al primo abbocco mi aveva trattato male, sapevo il feeling sarebbe nato e posso dirlo senza vergogna: ti amo, Parigi Roubaix!

Il fascino che emana a piene mani è figlio dell’emulazione dei pro nella più spettacolare loro espressione, mettere le ruote nei luoghi più iconici che il ciclismo sa regalare, dai settori di pavè all’ingresso nel velodromo gremito (brividi). E’ una rovesciata al Maracanà che il calcio non mi ha evidentemente potuto regalare, ma è anche quella voglia tutta infantile di sporcarsi, di prendere le buche, di sentire la bici soffrire sotto di te. E’ saltare su e giù dal marciapiede, sgommare impennare sorpassare andare a zigzag andare per prati.

La Parigi Roubaix per amatori parte con lo svantaggio tutt’altro che trascurabile dell’avere partenza ed arrivo a 170 km di distanza, con tutti i problemi logistici che ne derivano; ci sarebbe l’opzione scegliere il percorso da 140 km, che parte da Roubaix, torna indietro qualche km e si immette sul percorso originale ad Aremberg, saltando quindi i primi 10 settori, ma la RBX deve essere sofferenza anche in questo.

Ci si presenta alle 5 di mattina nel parcheggio di un Leroy Merlin qualsiasi, prendendo parte a quello che è il più grande spot possibile per il ciclismo. Cinquemila appassionati, che 12 ore prima guidavano camion, scaricavano bancali, dirigevano CDA, hanno messo la sveglia un’ora prima e sono in un parcheggio, con 4 gradi e l’abbigliamento di chi sa che ne arriveranno poco meno di 20, a caricare le loro bici sulle decine di camion che con un’impeccabile ordine ne stanno organizzando il trasporto da Roubaix alla partenza di Busigny. Il viaggio in pullman parla di oltre 2 ore nella nebbia più fitta, con la tragicommedia dell’autista che tenta di tenere pulito il vetro con un fazzoletto inutilizzabile già dopo pochi metri.

Qualcuno dorme, qualcuno mangia, qualcuno stempera la palpabile tensione ridendo dell’inferno che temiamo ci aspetti, avvolti come siamo dalla nebbia di quelle che “non vedevo il cofano”.

Alle 8:30 scendo dal pullman, ricevo subito la mia bici, e mi unisco al “Gruppo Salvatore”, eterogeneo e con una filosofia antitetica a quella dell’ormai celebre MarkBroone, del quale trovate i riferimenti sparsi in più di un nostro articolo.

Il Gruppo Salvatore, perdonate il fuori tema, vive il ciclismo annettendo rigorosamente il suffisso turismo in ogni sua espressione. Organizza tour in Sicilia dal quale arrivano foto e notizie di arancini e cannoli, raramente di bici, che sono spesso la piacevole conseguenza, la scusa. Insomma la bici è la partita di calcetto per poter poi giustificare il pizzaebirra.

In questa loro visione non cronometrata del ciclismo, è contemplata la presenza di furgoni al seguito, che forniscono assistenza meccanica personalizzata, ma soprattutto ristori. Non smetterò mai di ringraziarli per quei 10/15 panini al prosciutto che hanno alternato nel mio sistema nervoso centrale il sapore dolciastro dei gel con qualcosa di salato.

La partenza alla francese, ormai scontata negli eventi oltralpe, ci permette di prendercela comoda e sfiliamo la partenza con 2 minuti di ritardo rispetto il tempo limite delle 9, ma a nessuno sembra interessare. 10 km di riscaldamento e si aprono le danze: here we go! Il primo dei 29 settori, il cui nome è impossibile da pronunciare, figuriamoci da scrivere, è uno dei tre cronometrati che formeranno una classifica dall’importanza nulla. I primi 2,2 km sul pavè ti lasciano sulla faccia quell’espressione di dolore che solo il primo shoottino di vodka liscia riesce a dipingere; senza aver ancora preso le misure con uno sport diverso, capito la giusta pressione delle gomme e sopratutto senza quella rassegnazione del non poter fare nulla per non sentire il rumore sordo del carbonio che flette oltre le sue naturali proprietà, l’uscita dal primo settore è un sollievo relativo, con il conto alla rovescia che dice -28.

Due chilometri di buche e fatica e quello che Dezan chiamava gruppocompatto, tutt’attaccato per coerenza con il significato stesso del neologismo ciclistico, è già a brandelli. Un altro paio di settori per trovare il compromesso con la pressione delle gomme e, ancora fresco, comincio a divertirmi. L’equilibrio sta nello sgonfiare prima di ogni settore sempre di più l’anteriore, per evitare di rimbalzare troppo, senza arrivare al limite opposto di creare contatto tra cerchio e cobblestone. Esaspero la situazione fino ad arrivare a 2,5 davanti, rimanendo sempre a 6 dietro per supportare i miei 85 kg (abbondanti). Il davanti così sgonfio è un piacere per come liscia di fatto le asperità dei settori, ma mi rendo conto di tirare troppo la corda, e di chiedere troppo ai Vittoria Corsa Grafene da 28 che sto usando per l’occasione; il rischio non è solo di foratura, ma anche di rottura del cerchio. Al primo ristoro, intorno ai 50 km, trovo il compromesso stando trai 3,5 e i 4. Già che sono fermo ne approfitto per mangiare qualche paninetto al prosciutto, la sempre utile coca, e togliermi manicotti e gambali, nonostante l’aria si ancora freschetta. Riparto e mi pento della scelta dopo poche pedalate, ma ormai è fatta.

Dopo pochi metri approfitto anche del ristoro ufficiale per riempire le borracce. L’articolo sta per prevedere la citazione di prodotti ai fini comerciali. L’isotonico della Etixx con la quale riempio i serbatoi è, con mio enorme stupore, al gusto anguria. Ammetto che al solo ricordo ho interrotto la scrittura dell’articolo per andare sul sito ufficiale per comprarne due barattoli (sopra le 40 € non si pagano le spedizioni neanche in Italia, ndr).

I 3 dei quali fa parte il mio gruppetto procedono secondo uno schema ormai consolidato, chi tira e allunga nei settori (io), chi tira e ricuce sull’asfalto, chi rimane coperto nell’abbigliamento e nel treno reduce da una settimana di tachipirina.

Il conto alla rovescia rispetto all’Aremberg comincia a diventare inevitabile e inesorabili sono i settori, che si susseguono secondo un numero a scalare che aiutano il conteggio di quanti ne manchino, ma rende sempre più evidente l’avvicinarsi del re dei settori, il 19.

Nessuno dei 3 è alla prima esperienza, e arriviamo all’imbocco consapevoli che fino a questo momento si è scherzato. Se si riuscisse ad alzare gli occhi dalla strada la prospettiva infinita che offre il rettilineo vallonato di Aremberg renderebbe ancora più impossibile l’impresa di uscirne senza mettere il piede a terra. Nei primi metri in leggera discesa, la voglia di fare troppo i brillanti viene subito tarpata da rumori sordi che non possono che essere il risultato di un telaio sbriciolato dalle sollecitazioni. Cercando di capire dove la bici si sia rotta e come sia possibile essere ancora in piedi, riduciamo sempre più la velocità fino a scendere attorno ai 13/14 all’ora, con il Garmin che ancora sentenzia un dislivello favorevole, seppur con la sensazione di pedalare in salita.

Qualcuno non molla, spronato anche dal cronometro che per la seconda volta viene attivato. Qualcun altro crolla. C’è ci si pianta in mezzo, chi scavalca le transenne e lo percorre sullo sterrato liscio di fianco. Chi non molla, come modestamente il sottoscritto, pedala alla ricerca del fantozziano miraggio di qualche metro di erba sabbia terra fango che possa dare sollievo all’impugnatura del manubrio, ormai impossibile. È tutto un zigzagare con occhio vigile che cerca pertugi, anche solo pochi giri di ruota che interrompano il martellare costante sui palmi delle mani.

La velocità crolla, più per la necessità di avvertire meno dolore alle mani, che per l’impossibilità in sè di pedalare.

I 2,4 km della foresta le cui orecchie hanno sentito le peggiori imprecazioni tra tutte le vegetazioni ciclistiche finiscono con uno scattino ad uso del fotografo appostato, che sa anche di liberazione.

Strava mi dice che, rispetto al 2014, ci ho messo addirittura 4 minuti in meno (7 minuti contro 11), alla obiettivamente ben poco lusinghiera velocità media di 19 km/h. Rispetto ad allora, oltre ad una gestione più oculata delle energie nei tratti asfaltati, e a copertoncini da 28 in Grafene con una ricerca scientifica della pressione adattata, sto usando una bici che obiettivamente potrebbe essere stata progettata per lo scopo. La X-lite Marathon della Rose, nella versione Disc, offre il confort delle geometrie Enduance, unito all’utilità dei dischi sia nelle frenate in mezzo a terra sassi polvere e bestemmie, che nel lasciare lo spazio per le misure dei copertoni di cui sopra. In articoli precedenti abbiamo lungamente parlato di come questa sempre categoria di bici, le Endurance appunto, offrano una comodità elevatissima senza perdere in prestazioni, perlomeno non in modo percepibile da noi amatori. Questa Rose, bellissima dal punto di vista estetico, non fa eccezione, e non lascia nulla in termini di scorrevolezza, con i cerchi autoprodotti in carbonio con profilo da 50.

Scaricata la tensione della “cima Coppi” di giornata, non avendo comunque ancora raggiunto metà gara, faccio l’errore di pensare che non ci sia più da soffrire, e ci rimango male quando faccio ancora una fatica pazzesca ad uscire da settori che nella mia testa dovrebbero lasciare il passo a me, che ho domato l’Aremberg.

Il furgone con Gianni, Tiziano, Flavio ed Edy mi viene in soccorso, regalandomi qualche minuto di stacco mentale. Tolgo casco e cappellino. Via gli occhiali e via anche i guanti. Mi siedo pochi secondi nel cassone, ennesimo panino e coca come una qualsiasi pausa pranzo durante la settimana cittadina, e dopo pochi minuti riparto con le pile cariche.

Psicologicamente i settori fino al 10 risultano pesanti e, nel cominciare a pensare all’articolo che sto scrivendo, l’idea è quella di raccontare di come nei primi 10 settori ti diverti, gli altri 10 li sopporti, gli ultimi li odi. Ma quando il numero comincia a non essere più in doppia cifra, forse senza più la paura di rimanere senza forze quando ancora il traguardo è troppo lontano, ci si ricomincia a divertire, menando a tutta sul dorso centrale, sorpassando a destra e a sinistra, cercando la massima velocità e non più la semplice sopravvivenza. L’empatia con lo sconnesso è totale ed arrivo a sorpassare a destra e a sinistra in serpentina come un ticinese sulla A9. Mi sto divertendo e ti sto amando. Penso già che tornerò da te. Senza aver ancora fatto i conti con il Carrefour. Il Carrefour è un rottame sul quale è impossibile fare dei commenti che non siano mitigati dal fatto che, rispetto ad Aremberg, non è transennato, lasciando quindi la via d’uscita della scampagnata tra i prati a bordo strada. Il sollievo di rimettere le ruote sull’asfalto è subito vanificato dal settore successivo, che ormai è un fastidio da niente che mi separa di pochi minuti dall’arrivo al velodromo.

Gli ultimi chilometri sono il tallone d’achille di una manifestazione che, per definizione rispetto alle strade che percorre, non ha nessun problema di traffico. Dopo uno sforzo come quello della Roubaix, avrei preteso di potermi godere il falsopiano degli ultimi 2 chilometri in passerella, senza pedalare, galleggiando su petali di rosa, tra flûte di champagne, ostriche e veline adoranti al ritmo del mio nome scandito. Ed invece no. Ultimi 2 chilometri travolto dal traffico del 24 dicembre alle 19:29, in mezzo al nervosismo di chi non ha trovato il regalo. Con nessun semaforo presidiato, neanche una mezza corsia riservata. Niente. Nessuno onore, nessuna celebrazione, solo gas di scarico.

L’ingresso al velodromo è qualcosa che porta via qualsiasi delusione. La curva verso destra che abbiamo rivisto mille volte dalla telecamera della moto, la folla (che c’è davvero), che applaude il tuo ingresso, la piega che nella tua testa fai a 50 all’ora, l’asfalto che all’improvviso diventa il liscio del cemento. Il velodromo riempito dalla giornata di sole. Siamo noi 3, sto a ruota, mentre Peter e Tom si marcano quasi fermandosi in surplace. La pendenza della parabolica è incredibile, quella linea azzurra è di quell’intensità che si può vedere solo in televisione. Nonostante sia già stato qui, questi sono i luoghi dell’immaginario. E’ come quando arrivi a NY e dietro il fumo che esce dai tombini vedi passare un taxi; ti sembra tutto normale, tutto già vissuto decine di volte.

Poi Tom parte ed è giusto che vinca lui per la quinta volta.

 


Per correre la Roubaix abbiamo usato una Rose X-LITE CDX 8800
https://www.rosebikes.it/bike/rose-x-lite-cdx-8800/aid:890161

 

 

 

 

Posted by Gio

Terzino sinistro per indole, ciclista per esigenze di salute, comincia a pedalare dopo aver sfondato la soglia dei 100 kg. Si appassiona alla bici e tenta di dimagrire per andare meno piano in salita. Ossessionato dalla tecnologia scopre Strava, dal quale sta tentando di disintossicarsi. Pedala sua una BMC RoadMachine con Campy Record EPS Disc e Bora.

9 Comments

  1. Giovanni grazie per il bellissimo articolo, la roubaix ha un fascino, che solo noi che l’abbiamo cavalcata, possiamo descrivere e conservare l’emozione, ma soprattutto di essere stati dove il ciclismo è storia. Grazie per la tua puntuale e millimetrica descrizione, ma soprattutto mi hai fatto emozionare.

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  2. Ti faccio i miei migliori complimenti. Provo in invidia immensa positiva però. Vorrei essere al suo posto. Spero di farla una volta nella vita. Complimenti ancora bravo. Giuseppe Riso Lecce

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    1. Falla Giuseppe, è un ‘esperienza e ancor di più un emozione!

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      1. gian franco elmetti 8 Dicembre 2018 at 21:20

        Bravo grande DAVVERO!!!!!!!! vorrei farla l’anno prx come faccio a iscrivermi?

        grazie e complimenti di nuovo

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        1. Ciao Gian Franco,
          ti mando una mail mettendoti in contatto con Andrea di Bike Division, loro organizzano il viaggio da tutti i punti di vista.

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          1. La Roubaix è magica

  3. bellissima esperienza anche da accompagnatore, la fatica e le sofferenze accumulate lungo il percorso tortuoso si stemperano con l’arrivo al Velodromo……
    edmondo

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  4. […] l’altro a portare a termine l’impresa (oltre che per i panorami sul mare), la Paris – Roubaix Challenge non è neanche il caso di dire perchè; secondo tutti quelli che l’hanno fatta, il bello […]

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  5. Marco Facciano 18 Agosto 2017 at 14:32

    Tornate a Roubaix ad Aprile 2018?
    Nel caso siamo in 3-4 comaschi da aggregare

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