Partiamo da casa, facciamo 100m e Paolone buca. Nemmeno il tempo di arrivare sulla linea di partenza? Ma come? Torno a prendere la pompa, cambiamo la gomma e PAM salta anche la seconda camera d’aria. E ora? Paolone mi spinge alla partenza e mi dice che partirà per il corto. Che sfiga. Mi spiace per lui (tanto) ma anche perché pensavo di farla in compagnia questa Stelvio Santini. Me la volevo gustare con calma e in pieno relax (!), contando di arrivare in cima al Passo parlando di panini alla bresaola e di muri di neve.
Lascio il pacco degli indumenti per la discesa dallo Stelvio in piazza del Kuerc ed entro nella griglia rossa. Partiamo con 10’ di ritardo perché la Polizia non arriva puntuale, poco male. Scendiamo in picchiata verso Tirano godendo di una discesa bellissima, scorrevole e guidabile, con le Vittoria in grafene che ancora una volta si dimostrano eccezionali per scorrevolezza e tenuta. Chissà a quanto sto andando? Guardo il GPS e mi accorgo di non averlo acceso, lo accendo con qualche impropero… Strava mi dirà poi che ho toccato i 90 km/h.
Saliamo a Teglio superando alcuni muri, dove qualcuno è costretto a scendere e l’unico pertugio rimane il centro della strada dove si passa solo spinti da nuove imprecazioni, anche questa volta sento i toscani più bravi degli altri a trovare i termini più coloriti.
Torno a guardare il mio Suunto e mi accorgo che i battiti sono alti, sono stati così anche in discesa, stranamente alti e anche rallentando in salita non ne vogliono sapere di scendere. Non capisco il perché. Continuo ad andare al mio ritmo superando nessuno e venendo superato da tanti che tengono un ritmo per me insostenibile. Scendiamo di nuovo verso Tirano dove un imbecille per tenere la corda mi chiude pericolosamente la traiettoria, altre imprecazioni, mie questa volta.
La strada inizia a tenere una pendenza da falsopiano dove cerco di tenere l’andatura migliore rispetto a sforzo e velocità, accodandomi a qualche treno che mi spinge verso il secondo ristoro. Qui chiedo a dei gentilissimi meccanici di guardare il deragliatore, perché nonostante la sera prima a Bormio me l’avessero sistemato, gratta sulla corona grande impedendomi di tenere alcuni rapporti. Sistemato, bene questa volta. Mangio, bevo e riparto.
Mi accorgo nel frattempo che sto sudando parecchio. Vedo gocce di acqua/sudore scendere dal casco, e rompersi sul telaio della bici. Inizia a fare caldo, ma mi pare di bere abbastanza. Ho già bevuto almeno 3 borracce di acqua e sali, diversi dal solito, per Endurance c’è scritto sulla confezione. Inizio a sentire il caldo, apro la Gabba di cui non ho mai chiuso le zip laterali che lasciano entrare l’aria fresca verso la schiena. Eppure sudo, tanto.
Da qui fino a Bormio non trovo treni con cui salire, anche perché non credo siano utili per la velocità che sto tenendo. Supero un muro che mi spezza, credo di trovarmi a Le Prese all’altezza della vecchia frana, che venni a vedere con la mia Gilera 125 l’anno in cui uccise decine di persone. Lo supero con fatica, anche se non dovrei, inizio a pormi qualche domanda sulla mia condizione, ma mi dico che sarà stata la pendenza. Scollino e in discesa mangio e bevo. Mi accorgo che ormai sono arrivato a Bormio e prendo un treno con cui arrivo in paese dove inizio a sentire i primi sintomi dei crampi che mi stanno per arrivare… ma come?
Mi fermo al ristoro nella vecchia Bormio, quella fatta di pietre grigie e beole sui tetti, nella piazza prima del ponte romano. Faccio stretching e non mi sento bene. Le sensazioni dei giorni prima non erano sbagliate. Mangio e forse bevo, non ricordo. Riparto ma vorrei anche fermarmi, dopo “solo” 115Km non dovrei essere così stanco e svuotato, cosa diavolo è successo?
Passo di nuovo per la piazza del Kuerc e sento le grida della gente che mi incita, ma quasi non me ne accorgo. Penso alla salita di 22Km che sto per affrontare, e la testa mi dice che non è il caso, sono stanco e già stremato. Poi mi dico di salire piano al mio ritmo, che non troverò mai se non verso la fine, perché le pulsazioni rimangono sempre sopra 150, quando dovrebbero essere a 140.
Dopo 5km mi fermo perché sento l’arrivo dei primi crampi. Scambio quattro chiacchiere con un motociclista del servizio d’ordine, che poi ritroverò in strada dove mi chiederà come va. Piccoli gesti ma per me importanti, soprattutto da gente che ho sempre reputato fredda.
Salgo lentamente ma salgo. Mi fermerò ancora un paio di volte prima del ristoro posto alla casa cantonale, dove inizia l’ultima salita. Prima di arrivare, un gruppo di ragazzi agita i campanacci che tengono in mezzo alle gambe (…) e mi strappano un sorriso. Apro il braccio e ci scambiamo un cinque con tutto il gruppo. Mi fermo e bevo coca-cola. Mangio qualcosa e riparto. Mancano “solo” 6 Km, come una tranquilla salita verso Palanzo. In realtà di fronte mi aspetta la parte più dura della Stelvio, sopra i 2.500m.
Faccio qualche centinaio di metri e mi partono i crampi a tutte e due le gambe, quasi cado perché non riesco a staccare i pedali e mi piego dal dolore. Di nuovo faccio stretching e lentamente il dolore svanisce. Da qui fino all’arrivo mi dovrò fermare ancora un paio di volte per prevenire di arrivare a tanta sofferenza. Ho giocato a calcio per tanti anni, ho avuto crampi ai polpacci ma crampi nei muscoli delle gambe mai. Dopo due giorni ne sento ancora le conseguenze.

La foto di rito al Passo
Nel frattempo sto per arrivare al Passo e quindi all’arrivo, che supero quasi in rigoroso silenzio. Senza gioire. Il mio pensiero è alle gambe, alla voglia di sdraiarmi e di riposare. Seguo la strada verso il tendone e recupero la mia borsa nel tepore dell’effetto stalla che si è creato lì sotto. Bevo qualche bicchiere di te, ma non riesco a scaldarmi del tutto. Nel frattempo sento un gran frastuono: ha iniziato a piovere, grandinare e nevicare, almeno così sento dire da chi mi sta attorno. Mi metto il cuore in pace e aspetto.
Mentre mi alzo per prendere l’ennesimo bicchiere di te, scorgo una faccia nota: Paolone! Grandissimo! È poi riuscito a partire con l’ultimo gruppo del medio/lungo, cambiando al volo il copertone difettoso che bucava camere d’aria a ripetizione. Aspettiamo che il tempo ci lasci una finestra meno “epica” e ripartiamo, non prima che una simpatica tedesca ci abbia scattato la foto di rito sotto il cartello del Passo.
Scendiamo sotto l’acqua mista a neve e raggiungiamo il tendone per il pasta-party che gradisco particolarmente con annesse un paio di birre che mi ridanno morale.
Riflettendo sulla mia Stelvio Santini, penso che tanta sofferenza sia dovuta alla mia inesperienza. Mi sono coperto troppo pensando che sarebbe venuto a piovere e questo mi ha fatto sudare parecchio, troppo. Di contro non ho bevuto evidentemente abbastanza. Il cambio dei sali non ha di certo migliorato la situazione. Infine come mi è capitato in altre occasioni, dopo alcune ore passate in sella, la voglia di bere svanisce con il crescere di un senso di nausea che non mi spiego. Tutta esperienza per uno come me che fino a una decina di mesi fa quando sentiva citare lo Stelvio pensava ai migliori panini con i würstel e crauti della storia, alle sciate sul ghiacciaio e alle passeggiate di quando ero bambino. Per non dimenticare il mio primo grande viaggio in moto, sulla Gilera 125, proprio in quel 1987 subito dopo la grande alluvione della Valtellina.
Un’organizzazione impeccabile, dei panorami mozzafiato, dei punti di ristoro che sembrava di entrare in una mensa, zero auto a disturbare e un gruppo di ragazzi che sbattono i campanacci tenendoli tra le gambe! Questo mi ricorderò della mia Stelvio Santini. Ah sì anche della maestosità dello Stelvio e dei suoi tornanti…




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